ROMA – Con Dangerous Animals, Sean Byrne – già regista di culto per The Loved Ones – torna dietro la macchina da presa dopo un silenzio decennale, e lo fa con un’opera inattesa che aggredisce il genere horror da più fronti, restituendogli (probabilmente) linfa e profondità. Ambientato al largo della costa australiana, il film si muove come un predatore silenzioso tra le acque torbide dello slasher, del survival e del thriller psicologico. Ma ciò che più colpisce è la sua capacità di trascendere il cinema di genere per trasformarsi in un’esperienza sensoriale e morale.

Oltre la paura, la crudeltà dell’uomo
Zephyr (una magnetica Hassie Harrison), giovane surfista americana, si ritrova ostaggio di Tucker (un disturbante Jai Courtney), ex militare divenuto serial killer, ossessionato dal mare e dalle sue creature più feroci. La sua barca, persa nel blu infinito dell’oceano, diventa teatro di una prigionia claustrofobica e brutale. Ma il vero orrore non viene dalle fauci degli squali – benché presenti e minacciosi – quanto piuttosto dall’uomo, nel suo lato più predatorio, manipolatore e deforme. Byrne costruisce il personaggio di Tucker con una meticolosità quasi entomologica: è un boia carismatico, ma anche un teorico della selezione naturale, un filosofo dell’abisso che crede in una violenza “pura”, giustificata da un ordine marino superiore. La sua ossessione – registrare le uccisioni, conservare i video, nutrire gli squali – è il rito di un dio impazzito. Non siamo lontani dalle derive mistiche e sadiche di Manhunter o The Silence of the Lambs.

Una regia che sa quando colpire
La grande forza di Dangerous Animals sta nella regia misurata a tratti, chirurgica nei momenti salienti. Byrne evita ogni fronzolo, ogni compiacimento estetico, e lascia che siano i dettagli – un’inquadratura sbilenca, una luce stroboscopica, il respiro fuori campo – a costruire l’angoscia. Quando la violenza esplode, lo fa in modo secco, implacabile, mai gratuito. Non ci sono eroi, né facili catarsi: solo la pura lotta per la sopravvivenza. Con questa premesse d’obbligo riconoscere che la fotografia di Shelley Farthing-Dawe trasforma la luce marina in una trappola ipnotica, in cui la bellezza è sempre foriera di morte. Il contrasto tra l’infinito azzurro dell’oceano e la ruggine sanguigna della nave è uno dei (se non il) punti visivi più forti del film. Anche la colonna sonora – firmata da Michael Yezerski – accompagna la discesa nella follia con toni ora tribali, ora sinfonici, in un crescendo che ricorda l’angoscia rituale di Midsommar.
L’horror come specchio contemporaneo
Se Jaws aveva elevato lo squalo a metafora dell’inconscio represso, Dangerous Animals fa un passo ulteriore: lo spostamento del focus sul carnefice umano denuncia una violenza che non viene più dalla natura, ma dal suo tradimento. Il mare, qui, è lo sfondo indifferente della crudeltà civilizzata. È l’uomo, non l’animale, ad aver rotto il patto con il mondo. Byrne ci restituisce un horror che, pur nel suo impianto classico, parla profondamente al nostro presente: un’epoca in cui la brutalità si traveste di razionalità, e il dominio si esercita con lo stesso cinismo con cui Tucker lancia una vittima tra le fauci di uno squalo.

Un’opera disturbante e necessaria
Dangerous Animals non si limita a spaventare: inquieta, mette a disagio, interroga. È un horror colto e feroce, che rifiuta le scorciatoie e obbliga lo spettatore a guardare in faccia il predatore più pericoloso: se stesso. In un panorama spesso saturo di copie e formule, Byrne riesce a distinguersi per lucidità autoriale, profondità morale e capacità di reinventare i codici del genere. È un film da vedere, da discutere e – perché no – da temere. Ci si può anche sbilanciare consigliandolo a chi ama il cinema di genere con spessore, chi cerca tensione vera senza effetti speciali digitali superflui, e chi crede che il vero orrore inizi dove finisce la civiltà.
- VIDEO I Qui il trailer del film
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