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Giorgio Tirabassi: «Il cinema di Paskaljević, Freaks Out e il mio ritorno in Boris 4»

Dal ritorno di Glauco a Refn, da Claudio Caligari a Ettore Scola: l’attore si racconta a Hot Corn

giorgio tirabassi

ROMA – «Non la sento bene. Aspetti che mi sposto. Scusi, ma sono in campagna». Contattiamo telefonicamente Giorgio Tirabassi per parlare di Nonostante la nebbia (lo trovate su CHILI), l’ultimo film di Goran Paskaljević prima della sua prematura scomparsa avvenuta lo scorso settembre. Nella pellicola l’attore condivide la scena con Donatella Finocchiaro nel ruolo di una coppia che decide di ospitare nella propria casa Mohamed, piccolo rifugiato siriano che ha perso i genitori durante il viaggio verso l’Italia a bordo di un gommone. «In questo film c’è il punto di vista di un non italiano nei confronti dell’Italia, di come lui se la immaginava» ci racconta Giorgio Tirabassi con il quale parliamo anche del ritorno del suo Glauco nell’attesa quarta stagione di Boris, del perché valga la pena aspettare di vedere Freaks Out al cinema, dell’importanza di sostenere le pause e di quella volta sul set de L’odore della notte di in cui, con Marco Giallini e Valerio Mastandrea, fecero passare una nottata movimentata alle comparse…

In Nonostante la nebbia, in un’ora e mezza, Paskaljević tocca moltissimi temi: dal razzismo al dramma dei migranti, dalla depressione all’altruismo di una coppia che si intreccia con l’egoismo…

Questo è quello che succede quando gli autori fanno cinema. C’è anche la visione dell’Italia di un autore come Paskaljević che ha fatto film in tutto il mondo e che, ogni volta, è entrato in un universo. Quando è venuto qui in Italia non conosceva nemmeno gli attori. In questo film c’è il punto di vista di un non italiano nei confronti dell’Italia, di come lui se la immaginava. Principalmente per l’aspetto religioso. Immagina che il nostro Paese abbia, anche inconsciamente, delle nozioni arrivate dalla religione che ormai fanno parte di noi, anche se siamo laici. La nebbia del titolo è qualcosa che noi abbiamo dentro la testa. Dall’attenzione al politicamente corretto a degli atteggiamenti selvaggi dell’uomo come la paura del diverso e dell’immigrato.

Giorgio Tirabassi
Donatella Finocchiaro e Giorgio Tirabassi in una scena di Nonostante la nebbia

Com’è stato essere diretti da Paskaljević?

È stato molto piacevole. In fondo non c’è stato neanche tanto da dire perché la sceneggiatura era chiara per quello che riguardava la recitazione. Poi, invece, per quello che riguardava il tema del film ne abbiamo parlato insieme, anche se un po’ in francese e un po’ in inglese (ride, ndr). Però ci siamo capiti bene. Era contento. Ci siamo trovati molto bene anche con Donatella perché girava dei brevi piano sequenza. C’erano pochi stacchi e c’era modo per noi di recitare senza avere troppe interruzioni. A un certo momento della lavorazione mi disse: “Tu devi imparare il serbo, così facciamo un altro film insieme”. Era una persona adorabile. La sua scomparsa mi ha segnato.

Quello che colpisce è il modo in cui è riuscito a fotografare il nostro Paese…

Io non credo sia solo una cosa del nostro Paese. Quello che racconta è simbolico del genere umano, della borghesia, del cittadino che vive tranquillo e pieno di buoni principi in una casa con il riscaldamento, l’acqua corrente, la luce, internet e il lusso e poi, invece, quando viene a contatto con una realtà diversa dalla sua si comporta in un certo modo. Non è un caso però se è venuto in Italia. Perché il nostro Paese è stato e, fondamentalmente, rimane un Paese di destra ancora ancorato a certi atteggiamenti di perbenismo, ipocrisia, indifferenza, intolleranza…

Goran Paskaljević sul set insieme a Donatella Finocchiaro e Giorgio Tirabassi

Secondo lei oggi qual è la nebbia che ci circonda?

Sempre la testa. Siamo cresciuti in un Paese che si è radicato in questo modo di pensare. Conviviamo con delle stragi di Stato, con scandali. In più siamo il Paese del Papa, un fatto che ci ha portato ad avere sempre un po’ di indifferenza e provare un senso di sicurezza. Tutti pensavano che nel ’43 Roma non sarebbe stata bombardata proprio per la presenza del Papa, e invece… La nebbia c’è ma in questa nebbia si intravedono un po’ di cose: c’è chi è intollerante, chi è avido, chi è contro lo Stato. È un fatto umano che, in misura diversa, troviamo ovunque. E quando ci sono autori come Paskaljević, Bellocchio, Marco Tullio Giordana che interpretano la Storia, il cinema compie la sua vera funzione.

Sia in Non dire gatto che Il grande salto mette in scena dei personaggi disgraziati che faticano ad uscire dalle maglie della vita in cui sono rimasti incastrati. Cosa li affascina di loro?

Questi personaggi vengono usati da sempre. Basti pensare a Charlie Chaplin e al suo Charlot. È sempre più interessante vedere una persona che tenta di arrivare piuttosto che una persona già arrivata. E poi c’è il tema della fame che ha segnato il teatro, il cinema e la letteratura… Sono personaggi che danno più possibilità alla scrittura, alla narrazione, all’interpretazione. Li sento molto più vicini a me rispetto ad altri. Mi interessa di più, magari, raccontare di un ragazzo che deve trovarsi un lavoro senza raccomandazioni. È un’odissea moderna. Trovo più interessante raccontare una storia attraverso gli occhi di questi personaggi.

Giorgio Tirabassi
Giorgio Tirabassi e Ricky Memphis in una scena de Il grande salto

Lei ha lavorato nella compagnia di Gigi Proietti e ha legato parte della sua carriera al romano. Quanto peso crede abbiano avuto la lingua e una recitazione spontanea nel suo percorso?

Credo che la lingua e l’accento riguardino un po’ tutte le regioni. La ritengo una cosa molto preziosa. Molto spesso c’è chi lo banalizza e lo ridicolizza. Invece l’uso della lingua regionale è più immediato. Non a caso le battute vengono rese più forti attraverso l’accento. Una battuta detta in napoletano o in romanesco è un’altra cosa rispetto all’italiano. Ho iniziato facendo spettacoli d’avanguardia nelle compagnie romane nate sulle ceneri del Beat ’72, animazione per bambini, Goldoni… poi ho fatto un provino e sono entrato nella compagnia di Gigi Proietti. Sono stato sul palcoscenico con lui per dieci anni, diciamo che ho fatto una scuola molto approfondita (ride, ndr). Quando ho finito questa bella esperienza mi sono ritrovato con un lavoro che richiedeva all’attore una recitazione più credibile, spontanea, meno costruita. Questo si è potuto fare anche in teatro grazie ai microfoni che permettevano di recitare con un tono più sommesso. Prima per fare arrivare la voce in galleria, anche se si trattava del monologo intimo, tanto intimo non poteva essere altrimenti non ti sentivano (ride, ndr).

Quanto è importante per un attore trovare un regista che lo sappia dirigere?

Quando nei film si vedono attori che recitano tutti bene è perché magari dietro c’è un regista che è anche sceneggiatore. Se sei autore hai un altro approccio con l’attore. Se poi sei anche intelligente e sensibile, il gioco è fatto. Ettore Scola in questo è l’esempio migliore. Scriveva con un grandissimo senso dell’umorismo, con un modo cinico di vedere le cose ma era comunque una persona molto buona. Aveva interpretato ogni aspetto del genere umano e sapeva scrivere cose che entravano nel cuore servendosi di attori straordinari come Nino Manfredi, Vittorio Gassmann, Alberto Sordi, Marcello Mastroianni. Degli attori-autori che hanno avuto la fortuna di incontrate una stagione cinematografica che è diventata Storia.

Giorgio Tirabassi e Valerio Mastandrea sul set de L’odore della notte. Era il 1998.

Ne Il grande salto dirige Valerio Mastandrea e Marco Giallini in due piccoli ruoli. Con loro aveva lavorato diretti da Claudio Caligari ne L’odore della notte. Che ricordo ha di quel set?

Ci siamo divertiti molto (ride, nrd). Claudio era un regista diverso dagli altri. Ogni tanto non ci capivamo (ride, ndr), ma si capiva che lui era uno che sapeva benissimo quello che voleva. Te lo diceva in maniera strana. Era un friulano ombroso circondato da romani. Mi ricordo di una scena, girata di notte, in cui fermavamo una macchia e tiravamo fuori le persone per rapinarle. Le comparse non erano preparate a un’aggressione vera e propria. Ma Caligari voleva sempre più verità e diceva: “No, dovete farla più vera”. E a quel punto li abbiamo proprio aggrediti, con le comparse buttate sul cofano, botte, calci…(ride, ndr). Ricordo che Valerio in una scena doveva sbattere uno dei rapinati sul cofano. Solo che lo ha fatto con un po’ troppa forza e la comparsa ha sbattuto la fronte facendo un botto terribile (ride, ndr). Quando Caligari ha dato lo stop tutti dicevano “Bravo, bella!” e poi la comparsa si è alzata e aveva un segno rosso sulla fronte (ride, ndr). Abbiamo passato una nottata con loro e ogni volta che Caligari diceva “Ne facciamo un’altra” erano sempre più disperati (ride, ndr).

Ma il suo Glauco tornerà in Boris 4?

Sì, sì, ci sarò. Mi sto organizzando per farlo senza interruzioni dato che ho un altro progetto nello stesso periodo. Gireremo quest’estate. Glauco c’è, e ci sono anche quasi tutti gli altri. Ho incontrato gli sceneggiatori e tra un po’ ci daranno il materiale da leggere… ma il clima e il cast sono quelli!

Freaks Out di Gabriele Mainetti, invece, crede lo vedremo quest’anno? Che esperienza è stata?

Stanno aspettando di capire quale sarà il momento migliore per farlo uscire. Perché distribuirlo su una piattaforma è un peccato. È stato faticoso da girare. Avevamo tutti tre ore di trucco e poi ogni pagina della sceneggiatura aveva un effetto speciale. Ma si capiva che era un film di grandissimo livello. Dal punto di vista visivo è straordinario, dai costumi alla scenografia. E poi anche la storia è bellissima. Sarà un bel film. Uno di quelli che vanno visti al cinema. Speriamo riaprano presto, per vari motivi…

Giorgio Tirabassi
Aurora Giovinazzo. Giorgio Tirabassi e Pietro Castellitto in una scena di Freaks Out

Lei oggi che spettatore è?

La televisione ormai è diventata un monitor. Al parte i telegiornali e Un posto al sole che vedo regolarmente (ride, ndr) non guardo nulla in TV. Come spettatore cerco le cose che mi appassionano un po’, che mi diano la gioia che mi dava il cinema da ragazzino. Il primo film che mi ha folgorato, avevo cinque o sei anni, è stato Per un pugno di dollari. Poi Franco Franchi e Ciccio Ingrassia al cinema parrocchiale. Li vedevamo a rotella perché ne giravano uno al mese (ride, ndr). Poi, a metà degli anni Settanta, con i cineclub ho cominciato a seguire cinema più impegnato, d’autore. Come nella musica cerchi la corda giusta che ti dia un’emozione. E musicalmente sono rimasto a metà degli anni Cinquanta con il jazz di quel periodo…

E le serie TV le guarda?

Sì, molte. Adesso sto guardando Deutschland 83. Ho visto Chernobyl, bellissima. Vedo tanta roba e leggo anche tanta roba, solo che poi non mi ricordo i titoli. E viene il dubbio: “Allora che le guardi a fa’?” (ride, ndr). Forse quella che mi è piaciuta di più, perché mi piace molto il regista, è Too Old To Die Young di Nicolas Winding Refn. È un po’ lenta. Ma non bisogna vederla come una serie TV. Va vista come un film di dieci ore. Anche guardando gli altri suoi film, lui si prende dei respiri che tiene benissimo. Nella pausa è dove si vede il talento delle persone. Enrico Rava, un grande trombettista, diceva: “Il musicista vero è quello che ti dà qualcosa quando non suona”. Non a caso l’attore comico nella pausa carica la risata. Refn si prende dei tempi che sa sostenere. Perché la pausa bisogna saperla sostenere, altrimenti è un buco.

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