ROMA – Con Pontifex, film presentato alla festa del cinema di Roma e molto apprezzato dalla critica, Gianni Rosato aggiunge un altro tassello a un percorso costruito tra cinema d’autore, progetti indipendenti e produzioni internazionali. Dall’incontro con Daniele Ciprì emerge il ritratto di un attore che vive il set come uno spazio di ricerca continua, tra istinto, emotività e verità. Emergono i ricordi: il cinema horror degli anni Ottanta, le notti passate davanti ai film di Dario Argento, l’amore per i
libri e per quei personaggi difficili, imperfetti, spesso lontanissimi da sé. Perché per lui recitare non
significa soltanto interpretare un ruolo, ma entrare ogni volta in una nuova vita, cercando qualcosa
di profondamente vero.
Com’è stato lavorare con Daniele Ciprì?
«Non mi era mai capitato di arrivare su un set senza avere un personaggio già definito. Di solito un
attore si presenta con un lavoro preparatorio preciso: battute studiate e una costruzione del ruolo già delineata. Con Ciprì, invece, il processo è stato completamente diverso. Lui non ama le
interpretazioni preconfezionate: preferisce costruire il personaggio insieme all’attore, direttamente
sul set. È nel momento in cui parte il ciak che tutto prende davvero forma. È stata un’esperienza
bellissima, quasi artigianale, perché il personaggio nasceva giorno dopo giorno attraverso un
confronto continuo con il regista che ti guida, modella e accompagna verso la verità emotiva che
cerca, lasciandoti però il tempo necessario per arrivarci. E poi sul set con me c’erano Rossella
Brescia e Cesare Bocci, due interpreti straordinari.»
In Pontifex interpreta un uomo che ha perso ogni speranza. È stato difficile entrare nella sua
psicologia?
«Molto. Il mio personaggio vive in una sorta di limbo: ha perso fiducia nella religione, nelle
istituzioni, nelle persone, fino ad arrivare a desiderare di farla finita. In qualche modo quella
sensazione l’ho conosciuta anch’io. Da ragazzo sono stato vittima di bullismo. Per anni non ne ho
parlato con nessuno: mi vergognavo, avevo paura e tenevo tutto dentro. Avevo smesso di avere
fiducia negli altri e pensavo di meritare ciò che stavo vivendo. Solo col tempo ho capito che non ero
io quello sbagliato. Lavorando a Pontifex ho ritrovato dentro di me quella sofferenza che credevo
ormai sepolta. Daniele se n’è accorto subito e ne abbiamo parlato. Ho usato quella parte della mia
vita per dare verità al personaggio. Dentro quell’uomo disperato c’è molto del ragazzo che ero.»
Quando prepara un personaggio lavora più sul corpo o sull’emotività?
«Soprattutto sull’emotività. Mi interessa entrare nei livelli più profondi dei personaggi, scoprirne le
fragilità, le contraddizioni, le zone più oscure. Nel corso della mia carriera ho interpretato figure
molto diverse tra loro: persone profondamente buone ma anche uomini moralmente disturbanti,
come nel mio ultimo progetto internazionale per Netflix, Do ut des, ispirato a fatti di cronaca
realmente accaduti e legato al tema della violenza di genere. In questo caso interpreto un
personaggio totalmente distante da me, sia dal punto di vista morale che emotivo. Ed è proprio
questa la parte del mestiere che amo di più: avere la possibilità di vivere esistenze lontanissime
dalla mia. Fare l’attore, in fondo, significa entrare in mondi diversi e abbandonare per un momento
la propria realtà per abitare quella di qualcun altro.»
Qual è il ruolo che sente più vicino?
«Quello più lontano da me. Più un personaggio è distante dalla mia natura, più rappresenta una
sfida. La credibilità è tutto per un attore. Quando guardo un’interpretazione percepisco subito
quando chi recita non crede davvero in ciò che sta facendo. Un ruolo non si può affrontare
superficialmente: bisogna viverlo fino in fondo.»
Da Federico Zampaglione a Daniele Ciprì. Quanto l’hanno formata queste esperienze?
«Tantissimo. Zampaglione è un regista estremamente generoso. Come Ciprì, mette al centro la
verità della scena e lascia agli attori il tempo necessario per arrivarci. Sul set si crea un clima
bellissimo, molto umano. Poi c’è stato Yuria, un progetto nato insieme a Mattia Riccio, che oltre a
essere un bravissimo regista è anche un caro amico. Quello è stato un lavoro totale: scrittura,
produzione, ricerca fondi, location. Eravamo in quattro a fare tutto. Il film è arrivato su Prime
Video, è stato candidato ai David di Donatello e ci ha regalato enormi soddisfazioni. Il sogno
sarebbe trasformarlo, un giorno, in una serie.»
Si sente più vicino al cinema d’autore o alla serialità?
«Oggi mi sento vicino a entrambi. Esistono serie straordinarie, capaci di raccontare storie con una
profondità incredibile. Non credo esista più una distinzione così netta.»
Prossimi progetti?
«Inizierò presto a girare una nuova serie televisiva. Ma non posso dire di più.»
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