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Gianni Minà: «Io, Sergio Leone, Maradona e quella nuova scommessa da fare…»

Quel festival con Leone, il ricordo di Maradona e un nuovo progetto. Ma cos’è Minà’s Rewind?

Gianni Minà
Gianni Minà con Diego Armando Maradona in una foto degli anni Ottanta.

ROMA – Riavvolgere il nastro, ritornare indietro, selezionare vecchie interviste, immagini e video, ma non per nostalgia o per vanità, ma per capire come andare avanti. A 84 anni, Gianni Minà riparte da una nuova scommessa, Mina’s Rewind, che non è un programma televisivo, ma il recupero della cassetta degli attrezzi – come la definisce lui – di un giornalista che ha sviluppato nel tempo un modo unico di raccontare. E allora ecco un sito (lo trovate qui) e un canale YouTube (qui) in cui riversare una vita intera di incontri e interviste, da Sergio Leone all’amico Maradona, da Paul McCartney a Fidel Castro. E poi quella foto, diventata leggenda: in un ristorante, da Checco er Carettiere, a Roma, fotografato con Gabriel García Márquez, Sergio Leone, Muhammad Ali e Robert De Niro.

Gianni Minà
A Roma con Gabriel García Márquez, Sergio Leone, Muhammad Ali e Robert De Niro.

Partiamo dall’inizio? Cos’è esattamente Minà’s Rewind?

«Un’idea che nasce alla fine del mio percorso lavorativo, insieme a mia moglie Loredana che, da sempre, si occupa del mio archivio, ma ha sempre avuto un vuoto in questa raccolta fatta di foto, articoli, libri e documenti dei servizi e dei programmi che avevo fatto per la RAI dagli anni Sessanta in poi. Per molto tempo siamo andati in azienda a chiedere se potevamo mettere mano a questi repertori e commentarli, per farne un programma che andasse in seconda, terza serata. Una sorta di Techetechetè. Non ci siamo riusciti, ma oggi, con l’evoluzione dei social, possiamo farlo direttamente con il mio materiale, senza chiedere nulla a nessuno se non alle persone che hanno creduto nel progetto e ci hanno dato il loro apporto finanziario, piccolo o grande che sia…».

Minà’s Rewind, il nuovo progetto.

Ma qual è l’obbiettivo del progetto?

«Vorrei che il sito diventasse una piattaforma di pensiero dove circoli l’informazione che ho sempre fatto, dove verità significhi completezza ed esattezza dell’informazione, analizzando la fonte da dove proviene. Me lo hanno insegnato i miei maestri: Maurizio Barendson, Antonio Ghirelli e – in parte – anche Sergio Zavoli. Purtroppo questo mestiere si è trasformato, è sempre più esposto a pressioni da parte degli editori, soprattutto oggi la cui figura professionale del giornalista è più fragile e meno sicura dal punto di vista lavorativo. Io ho sempre cercato di raccontare le storie di gente che non ha voce e le incongruenze della stampa mainstream. L’ho fatto con più convinzione da quando incontrai un noto giornalista esteri a San Paolo in Brasile, che alla mia domanda sul perché non andasse a Cuba per raccontare i fatti, lui rispose sarcastico: “E che ci vado a fare? Sono io la verità. Tutto quello che racconto è vero per i miei lettori”. Un vero tradimento per la nostra professione».

Gianni Minà
Gianni Minà con il più grande: Muhammad Ali.

Quando iniziò il suo viaggio alla fine degli anni Cinquanta con TuttoSport lo avrebbe mai detto che sarebbe stato tanto bello e tanto lungo?

«No, nel corso della mia vita professionale non mi sono mai chiesto quanto durasse, perché il giornalismo per me non è stata mai una professione da scindere con il mio privato, ma l’essenza della mia vita…».

Se dovesse salvare una sola intervista del suo archivio, quale salverebbe?

«Se lei dovesse scegliere qual è il figlio più bello e interessante, sceglierebbe? Tutto quello che ho fatto è nato dalla crescita professionale del momento».

Diego, Diego, Diego: Gianni Minà con Maradona.

Ivan Zazzaroni, con cui abbiamo parlato qualche settimana fa (potete leggerla qui), dice che l’unica persona che potrebbe fare qualcosa su Maradona è lei. Che ricordo ha di Diego? 

«Ringrazio Ivan. Diego è stato l’unica persona che mi ha messo in crisi come essere umano. Mi ha fatto toccare le sue ferite, le sue incongruenze, la sua intimità, il suo essere umano. Forse perché aveva bisogno di condividere con qualcuno l’inquietudine interiore che non sapeva esprimere e mostrare il contrasto di come lo dipingevano i mass media. Mi ha fatto filmare i suoi incontri con lo psicologo, i suoi allenamenti, la sua vita con i genitori preparando un asado. Io e Loredana, alla scomparsa di Diego, abbiamo deciso di eliminare gran parte del materiale, perché quei frammenti riguardavano la vita di un essere umano, anche se era un personaggio famoso…».

Quella volta con i Beatles. Roma, 1965.

Cosa pensa del giornalismo oggi? C’è speranza o è destinato ad essere tutto uguale?

«Il mio progetto Minà’s Rewind nasce proprio da questa convinzione: coniugare il giornalismo tradizionale come il mio – che non bisogna fare l’errore di pensarlo come un attrezzo del passato – e il giornalismo di oggi, parossistico, nato dall’urgenza dettata dai social ma anche dagli editori (a loro volta “ospitati” dalle piattaforme) che vogliono tutto e subito, senza il controllo delle fonti, puntando sulla quantità, non sulla qualità. Perché è questa l’essenza delle piattaforme: guadagnare sul flusso dei dati, non sull’informazione verificata. Vorrei, e questa sì che è una utopia, far vedere ai miei giovani colleghi, che si può essere liberi da questa schiavitù di pubblicare continuamente purché ti leggano. Le persone non sono stupide. La gente ti segue solo se hai veramente qualcosa da dire. E non certo le stupidaggini. Il web ne è pieno».

Gianni Minà
Con un altro amico: Massimo Troisi.

Con chi sta portando avanti Mina’s Rewind?

«Oltre a Loredana ho un gruppo di giovani amici che hanno puntato su questo esperimento: la più giovane ha ventuno anni e il più “anziano” ne ha appena trenta. Credo sia veramente affascinante lavorare con le nuove generazioni. Mi hanno fatto capire i guasti ma anche le infinite possibilità che hanno i social se usati adeguatamente. Hanno sicuramente una marcia in più rispetto a noi».

Gianni Minà
Minà con Sergio Leone e Ennio Morricone nello speciale dedicato al regista.

Recentemente abbiamo rivisto un passaggio della sua intervista a Sergio Leone a viale Glorioso, a Trastevere, in cui poi appariva anche Ennio Morricone. Cosa ricorda di Sergio e cosa amava di lui e del suo cinema?

«Come primo lavoro di Minà’s Rewind ho voluto iniziare proprio da Sergio. Per sei anni sono stato direttore artistico del festival del cinema western Sergio Leone, a Torella dei Lombardi, uno sperduto paesino nell’avellinese. Mi piaceva l’idea di portare cultura in un posto remoto del nostro Paese. Lì ho toccato con mano quello che ho sempre pensato della televisione, dei programmi cosiddetti “impegnati”: non è vero che il pubblico non accetta la cultura, anzi ne è attratto, la richiede, basta trovare una chiave di lettura e tutto può essere usufruito. Lì ho provato a raccontare Sergio in tutte le sue sfaccettature: con i suoi attori – Terence Hill, Bud Spencer, Franco Nero – con i suoi aiuto registi – tra cui uno strepitoso Dario Argento (potete vederlo qui sotto, nda) – e con i suoi co-sceneggiatori, direttori di fotografia e altri. Ne è nato un affresco a tutto tondo che stiamo pubblicando su You Tube e sul sito…».

  • IL SITO | Il sito del progetto Minà’s Rewind
  • VIDEO | L’intervista a Dario Argento in Minà’s Rewind:

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