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La felice nostalgia di un mito: Ghostbusters e quei fantasmi per amici

In attesa del sequel, che arriverà nel 2020, la passione continua a aumentare. Ma perché?

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1984, New York. Tre ragazzi con improbabili tute e strani zaini sulle spalle, si aggirano tra gli oscuri corridoi della New York Public Library, appena dietro Bryant Park, in cerca di una spettrale Signora in Grigio. I loro nomi? Peter Venkman, Raymond Stanz ed Egon Spengler, a cui si aggiungerà, più avanti – del resto, di lavoro da fare, nella Grande Mela, ce n’è – Winston Zeddemore. A volte i grandi miti della cultura pop nascono così, quasi per caso, improvvisamente traslati da apparizioni in leggende. E proprio così nasceva l’icona dei Ghostbusters nel lontano giugno del 1984, anche se in Italia sarebbe arrivata poi nel gennaio del 1985. Quattro bislacchi individui con la loro folle missione: andare a caccia di ectoplasmi.

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Harold Ramis, Dan Aykroyd e Bill Murray scherzano con il regista, Ivan Reitman. Era il 1984.

Irresistibili e mitici, con un pubblico che – e non era così scontato, non a quel livello – li adorò immediatamente: 300 milioni di dollari al botteghino (un’enormità per l’epoca), secondo posto in Italia dietro solo a Non ci resta che piangere e il boom di un merchandising secondo solo a Star Wars e Star Trek. Numeri a parte, l’aspetto più rilevante di Ghostbusters oggi è che quei quattro assurdi nerd (e sì, anche padri di The Big Bang Theory, fateci caso) non sono invecchiati di un secondo. E, ritrovandoli ogni volta in televisione o in qualche scena su YouTube è sempre come ritrovare quattro amici con cui ridere delle stesse cose: le battute recitate a memoria, le sequenze indimenticabili e quel «mai incrociare i flussi» ormai gergo comune.

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In attesa del ciak: Murray, Ramis, Huston e Aykroyd. In mezzo, Sigourney Weaver

Venkman, Stantz, Egon e Winston fanno parte dell’immaginario pop di una generazione affacciata sui colori fluo e sulle sonorità anni Ottanta, proiettata verso un futuro che non sembrò mai tanto veloce come allora. E non è un caso, forse, che il film di Reitman (con un sequel uscito nel 1989, un discusso reboot al femminile nel 2016 e un sequel diretto da figlio, Jason Reitman, appena anticipato a Los Angeles), parli del passato, che si riaffaccia sul presente sotto forma di un nightmare da rinchiudere in uno zaino protonico, sulle spalle di un poker da leggenda: Dan Aykroyd, Ernie Huston, Harold Ramis e Bill Murray.

Ivan Reitman sul set parla con i quattro protagonisti.

Non scordiamo nemmeno la sexy e tostissima Sigourney Weaver, nonché l’essenziale Rick Moranis, che meriterebbe un capitolo a parte. Peter, Raymond, Egon, Winston, come i moschettieri, come i Beatles, come i punti cardinali, come quattro pazzi a bordo della sgangherata ECTO 1 (nome scentifico: Cadillac Ambulance Miller-Meteor limo-style endloader combination, data ’59), su cui tutti, almeno una volta nella vita, avremmo voluto fare un giro.

L’omaggio a Ghostbusters nella seconda stagione di Stranger Things.

Se vi capita di passeggiare per Manhattan, vicino alla caserma dei pompieri al 14 N Moore St di TriBeCa – usata come location per il quartier generale e oggi meta di pellegrinaggio e selfie – vi verrà naturale cercarla nel traffico, con l’inconfondibile sirena a spiccare nella soundtrack tra rumori, clacson, ambulanze, martelli pneumatici che accompagnano, giorno e notte, New York. E proprio Gotham è, per i Ghostbusters, l’orizzonte perfetto. In procinto di sbocciare nei primi anni Ottanta, quasi pronta per essere la capitale universale della verticalità e delle luci pubblicitarie.

Il mito in mattoncini: i Ghostbusters in versione Lego.

E no, non abbiamo dimenticato Marshmallow Man, mascotte della fantomatica ditta dolciaria Stay Puft, che prende forma perché la sua immagine è impressa nella mente di Aykroyd. «Era la pubblicità, bellezza», parafraserebbe qualcuno a questo punto, e ben lo aveva intuito Reitman che usò New York non solo come scenografia e palcoscenico su cui muovere i suoi burattini, ma anche come specchio per riflettere e amplificare spettri e presenze, sensazioni e demoni.

Rick Moranis sul set tra Aykroyd e Reitman.

Ma perché oggi amiamo ancora così tanto quei quattro acchiappafantasmi? Semplice, perché ci riconosciamo e li riconosciamo. Arrivati da un’altra epoca eppure sempre nuovi, omaggiati e citati (qualcuno ha detto Stranger Things?), addirittura capaci di volare fuori dal loro perimetro cinematografico per farci ridere ed emozionare, gioire e sobbalzare, come pochi characters sono stati in grado di fare. «Who you gonna call?», cantava Ray Parker nella canzone che divenne poi un tormentone degli anni Ottanta. La risposta è sempre la stessa: Ghostbusters!

Nostalgia di Ghostbusters? Li trovate su CHILI: Ghostbusters e Ghostbusters II
E c’è anche la versione extended edition del reboot diretto da Paul Feig: Ghostbusters (2016)

Qui invece il video originale della canzone tormentone di Ray Parker Jr.:

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