in

David Foster Wallace o del perché dovreste rivedere The End Of The Tour

Pagine, cinema, ricordi: il film diretto da James Ponsoldt? Molto meglio di quanto ricordiate

Le sagome di Jason Segel e Jessie Eisenberg in The End of The Tour.

ROMA – Ci ha portato in crociera ai Caraibi, tra gli stand di una fiera dell’aragosta, nel cuore dei tornado del Midwest, nel dietro le quinte di una campagna presidenziale. Ci ha fatto leggere note infinite, ridere a crepapelle, respinto, commosso e ricordato che “questa è l’acqua”. Poi David Foster Wallace, il 12 settembre del 2008, ci ha lasciati soli, arrabbiati e increduli, a fare i conti con un’assenza improvvisa, ingiusta. Ed è così che deve essersi sentito anche David Lipsky, scrittore e giornalista inviato nel 1996 da Rolling Stone ad intervistare Wallace alla fine del booktour promozionale di Infinite Jest.

 David Foster Wallace
Jesse Eisenberg e Jason Segel in una scena del film

Cinque giorni trascorsi insieme, tra i paesaggi innevati dell’Illinois e stanze d’albergo, aerei e centri commerciali, junk food e sigarette, condensati in un’intervista (mai pubblicata) e un memoir, Come diventare se stessi (edito nel 2010 in Italia da Minimum Fax). A portare quella parentesi temporale sul grande schermo ci ha pensato, cinque anni dopo, James Ponsoldt con The End of the Tour – che oggi si può recuperare in streaming su CHILI qui. Un road movie atipico con Jason Segel (magnifico) nel ruolo dello scrittore di Ithaca e Jesse Eisenberg in quello del reporter. Un lungo flashback riavvolto come il nastro del registratore con cui Lipsky catturò le loro conversazioni su sesso, fama, solitudine, tv, progresso tecnologico, Alanis Morissette, dipendenze, letteratura.

 David Foster Wallace
Jason Segel interpreta David Foster Wallace.

La sceneggiatura di stampo teatrale firmata dal drammaturgo Donald Margulies amplifica – e viceversa – la regia di campi e controcampi di Ponsoldt. Come in una partita a tennis i due si scontrano su un terreno fatto di rivalità e ammirazione, ambizioni e fallimenti, confessioni e silenzi finendo per specchiarsi l’uno nell’altro. Così The End of the Tour più che un biopic è un film sul confronto, una fotografia capace di mettere a fuoco dettagli e lasciarne nascosti altri. Perché l’intento di Ponsoldt non è quello – presuntuoso – di decifrare “la mente più brillante della sua generazione” ma raccontarne fragilità, pensiero, manie e paure mettendole a confronto con quelle di un altro essere umano.

 David Foster Wallace
Una scena del film.

Un autore stimato in vita e osannato dopo la morte che si è interrogato sull’America e il suo essere americano, con due cani ad aspettarlo a casa, una bandana ben stretta in testa e il terrore di dare di sé un’immagine distorta della (sua) realtà. E allora non possiamo non domandarci che cosa avrebbe scritto David Foster Wallace dei nostri giorni, delle nostre vite virtuali, filtrate attraverso un obiettivo manipolatore. Lui che in Infinite Jest aveva già visto più in là di noi. “Può darsi che vi giunga nuova, ma nella vita c’è di più che starsene seduti a stabilire contatti”.

Lascia un Commento

Giona A. Nazzaro: «Il cinema, il futuro e Locarno, la mia nuova grande sfida»

Ethan Hawke, le regole del cavaliere e quelle pagine di un altro tempo