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Il cinema americano post 11/09: dagli interrogativi di Michael Moore alla poetica di Sean Penn

Patriottismo, denuncia, vendetta, dolore e amore nell’anniversario della caduta delle Torri Gemelle

Jessica Chastain in Zero Dark Thirty.

Il cinema americano non ha smesso di fare i conti con l’11 Settembre e ce lo ha ricordato Vox Lux di Brady Corbet, in un momento indimenticabile e transitorio, di passaggio tra la genesi della talentuosa Celeste e la rigenesi della diva isterica, che coincide con la frattura del rapporto simbiotico tra il personaggio di Natalie Portman e quello della sorella maggiore interpretato da Stacy Martin: laddove la moderna cultura di massa collassa su se stessa, la plastificata icona pop vola verso il successo, perché è l’ideale contenitore di sogni per una generazione incapace di sublimare il dolore collettivo in elaborazione intellettuale.

Natalie Portman e Stacy Martin in una scena di Vox Lux.

Un vuoto pneumatico di pensieri che va di pari passo con il trionfo dell’estetica e della superficie, colto con straordinaria precisione da Harmony Korine in Spring Breakers (2012), in cui le protagoniste sono spinte da una costante ricerca di “bellezza” in un mondo dove sesso, denaro e violenza non fanno neppure più paura, perché il mito dell’eccesso si è talmente radicalizzato che tutto è la parodia di tutto. Come in un fumetto, oppure come in un videoclip. Prima di arrivare a un cinema di riflessione sulle conseguenze sociali e d’immagine del lutto post-Nine Eleven, si è dovuto però certificare che il nemico numero uno Osama Bin Laden sia stato davvero eliminato in Zero Dark Thirty (2012) di Kathryn Bigelow, cronaca di un’ossessione che non ha risparmiato alcun tipo di tortura.

Jessica Chastain in una scena di Zero Dark Thirty.

E prima ancora il cinema a stelle e strisce ha osservato e interrogato un Paese fino al punto di sfidarlo e mettere in discussione la sua credibilità e l’intero sistema operativo, reazionario, vendicativo: pensate alla Palma d’oro Fahrenheit 9/11 (2004) di Michael Moore dove il regista si sofferma sui legami tra la famiglia Bush e i Bin Laden; oppure pensate alle conseguenze mortifere della guerra confusa e demenziale in Iraq raccontata da Brian De Palma in Redacted (2007) e da Paul Haggis in Nella valle di Elah (2007), dove l’esaltazione del patriottismo convergono nell’orrore interiore di ciascun soldato mandato a combattere senza un’autentica ragione; e infine, fate un ripasso dell’insensata guerra in casa de L’ospite inatteso (2007) di Thomas McCarthy e alle “misure preventive” messe in atto da un istinto razzista di protezione.

Tommy Lee Jones e Charlize Theron sono i protagonisti del film di Paul Haggis, Nella Valle di Elah.

Meglio allora celebrare l’America che si limita a piangere i caduti, quella che racconta con lucidità il dolore di ciascuno, senza nascondere lacrime e ferite, come il magnifico Adam Sandler di Reign Over Me (2007), che affronta il disordine da stress post traumatico, oppure come Edward Norton ne La 25° ora (2002), che sullo sfondo di una Grande Mela ancora dilaniata, s’interroga su amicizia, amore, colpa e redenzione, mentre attende la fine e ipotizza una fuga (im)possibile. Ma il frammento che teniamo stretto nel cuore è lo struggente corto Luce e fiori di Sean Penn tratto dal film collettivo a episodi 11 Settembre 2001 (2002): per il protagonista Ernest Borgnine, la caduta delle Torri Gemelle è un ritorno alla vita, perché la luce riprende a illuminare il suo appartamento e fa rivitalizzare il vaso di fiori della moglie defunta. Un cambio di prospettiva delicato e antiretorico: potere assoluto del cinema.

Un commovente Ernest Borgnine è il protagonista di Luci e fiori diretto da Sean Penn.

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