ROMA – Cristian Mungiu non racconta mai storie “private”. Anche quando parte da una famiglia o da una comunità, il suo cinema tende ad allargarsi fino a diventare qualcosa di più vasto e scomodo. Fjord, in concorso al Festival di Cannes 2026, si muove proprio in questa direzione: nasce da una situazione circoscritta ma si trasforma progressivamente in un campo di tensione collettivo.
Al centro del racconto c’è la famiglia Gheorghiu: Mihai, immigrato rumeno, e Lisbet, la sua compagna norvegese, si trasferiscono con i figli in un villaggio isolato all’estremità di un fiordo. Un luogo apparentemente protetto, quasi sospeso, dove le relazioni sembrano potersi ricostruire da zero. Qui incontrano un’altra famiglia, gli Halberg, e tra i due nuclei nasce un legame inizialmente naturale. Ma è proprio in questo spazio chiuso, dove tutto è visibile e nulla resta davvero nascosto, che l’equilibrio comincia a incrinarsi.

La frattura emerge quando affiorano sospetti sul modo in cui i Gheorghiu educano i figli. Alcuni segni sul corpo della figlia maggiore aprono una crepa che si allarga rapidamente, coinvolgendo scuola, comunità e infine il sistema giudiziario. Quello che sembrava un racconto sull’integrazione diventa così una riflessione sul controllo, sul giudizio e sulle differenze culturali che attraversano l’Europa contemporanea.
È un terreno che Cristian Mungiu conosce bene. Palma d’Oro nel 2007 con 4 mesi, 3 settimane, 2 giorni e presenza costante a Cannes, il regista rumeno ha costruito un cinema capace di osservare i meccanismi sociali con precisione chirurgica, senza scorciatoie emotive. Anche Fjord si inserisce in questa linea: un dramma che usa la famiglia come lente per interrogare strutture più ampie – istituzioni, norme, comunità – e il modo in cui queste si esercitano sulle vite individuali.
A guidare il film sono Sebastian Stan (Captain America: The Winter Soldier, Pam & Tommy, The apprentice) e Renate Reinsve (La persona peggiore del mondo, A different man, Another end), già nota per il sodalizio con Joachim Trier, che le è valso il Prix d’interprétation féminine proprio a Cannes per Sentimental value, il film rivelazione della scorsa stagione e vincitore del Premio Oscar come Miglior Film Internazionale. I due, nei panni della coppia protagonista, sono affiancati da un cast internazionale che riflette la natura del progetto: una coproduzione europea tra Romania, Norvegia e Francia.
L’ambientazione non è un semplice sfondo: il fiordo – che dà il nome al film – con la sua bellezza severa e impenetrabile, amplifica il senso di isolamento e pressione che attraversa il film.
Fjord si colloca così tra i titoli più attesi per la sua natura ambigua: racconto familiare e insieme thriller sociale, in cui la tensione nasce non dall’azione ma dallo sguardo degli altri, dal sospetto e dal peso di una comunità che osserva e giudica.
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