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Brunella Filì: «Sea Sisters nasce dal diritto, per tutti, di provare a realizzare i propri sogni»

La regista racconta Sea Sisters, tra autodeterminazione, mare e identità: «Non è solo una storia di donne, ma il diritto universale di inseguire i propri sogni»

Brunella Filì

BARI – Due donne lontanissime, due mari opposti, una stessa tensione verso la libertà. Con Sea Sisters, Brunella Filì costruisce un film che attraversa il Sud Italia e il Nord della Norvegia per raccontare Sandra e Antonia, unite da un desiderio di autodeterminazione che passa attraverso il mare, la fatica, il rischio e il confronto con strutture culturali ancora profondamente segnate da disparità e resistenze. Ne emerge un’opera sul femminile che presto si allarga a qualcosa di ancora più universale: il diritto di inseguire la propria vocazione, anche quando il prezzo da pagare è altissimo. In questa intervista, la regista racconta la scintilla iniziale del progetto, il lavoro visivo sugli opposti, l’urgenza politica del film e il suo sguardo sul momento felice del cinema del reale in Italia.

La scintilla: da Antonia e Sandra a un’idea più ampia di emancipazione

Per Brunella Filì tutto nasce dall’incontro con le sue protagoniste, ma la spinta iniziale non resta confinata alla cronaca delle loro vite. Diventa qualcosa di più largo, più intimo, più universale: «Quella che si chiama la famosa scintilla, quella specie di chiamata che un autore sente verso un racconto, per me è nata sì dall’incontro con Antonia, ma non solo per la forza della sua storia. Mi ha colpita la forza della sua volontà: affrontava il naufragio, la perdita del padre, e nonostante questo aveva un desiderio fortissimo di muoversi in un territorio in prevalenza maschile. Questa cosa ha risuonato molto in me, anche come donna e come regista. Poi, con l’incontro con Sandra, che aveva portato avanti ancora di più questa istanza, ho sentito che doveva diventare un film: un film che raccontasse sia un desiderio frustrato sia un desiderio che aveva comportato una forte perdita. Però, lungo il percorso, questo film mi ha cambiata: non volevo più raccontare soltanto l’emancipazione femminile, ma una forma di emancipazione umana. Noi dobbiamo avere tutti il diritto di realizzare i nostri sogni, o almeno di provarci.»

Il mare come libertà e minaccia: la sfida visiva del film

In Sea Sisters il mare non è mai soltanto uno sfondo. È presenza viva, elemento che accoglie e insieme ferisce, spazio di desiderio e di pericolo. Anche per questo il lavoro visivo diventa centrale nel dare forma all’ambivalenza del racconto: «Visivamente è stata una sfida incredibile. In tutti i miei film ho esplorato terre, mari, mi sono mossa sempre in una dimensione di esplorazione. Qui era il massimo: potevo raccontare due antipodi visivamente contrastanti, i freddi ghiacci e i crepuscoli del Nord da una parte, i colori caldi e il mare accogliente del nostro Sud dall’altra. Questa è stata la mia grande sfida, sia in fase di ripresa sia poi in montaggio e in post-produzione. È lì che abbiamo costruito davvero questa poetica visiva. E poi c’è un altro livello, molto importante: quello degli abissi, perché sono proprio gli abissi ad aprire e a chiudere il film.»

Un film necessario oggi, in un’Europa che racconta diritti ma non sempre li garantisce

A distanza di sette anni dall’inizio del lavoro, Filì sente che Sea Sisters è diventato, semmai, ancora più attuale. Perché il tema dell’autodeterminazione, nel film, non appartiene a una dimensione teorica, ma alla realtà quotidiana di donne che si scontrano con limiti ancora molto concreti: «Direi che era importante raccontarlo proprio nel contesto storico che stiamo vivendo. Sono passati sette anni da quando ho iniziato a oggi e purtroppo l’autodeterminazione femminile, ma anche in generale i diritti del lavoro delle donne, dei giovani, non sono ancora pienamente garantiti. Penso che questo film sia abbastanza attuale proprio perché racconta una situazione che esiste ancora. Italia e Norvegia, in un’Europa moderna, sono Paesi avanzati, Paesi che comunicano una parità di diritti che però, nella realtà vissuta dalle persone, non sempre è davvero garantita. Raccontare come si muovono due donne in questi contesti per me era importante, anche se non sempre c’è un lieto fine.»

Il cinema del reale in Italia? «Sì, c’è una nuova vitalità»

In chiusura, Brunella Filì rivendica anche il valore di una stagione creativa che in Italia sta restituendo forza e visibilità al cinema del reale. E lo fa partendo da un punto preciso: questi non sono prodotti minori o “altri” rispetto al cinema, ma film nel senso pieno del termine: «Sono molto d’accordo: soprattutto in Italia, da una decina d’anni a questa parte, si sta creando una sorta di nouvelle vague del cinema del reale. Io ho tra i miei riferimenti registi come Pietro Marcello, Gianfranco Rosi, Roberto Minervini: sono nomi che hanno creato davvero nuove frontiere. Personalmente non amo la parola “documentario”, per me questi sono film a tutti gli effetti, perché noi li scriviamo, li prepariamo, e dentro c’è il nostro sguardo di autori. Credo e spero che il pubblico li stia amando proprio perché stanno proliferando come film. Più il pubblico li vede, più ci sarà la possibilità di realizzarli. Mi auguro davvero che questa scia felice continui.»

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