ROMA – Certe famiglie sembrano sopravvivere come sopravvivono le case battute dal vento del nord: inclinate, ferite, mai davvero al sicuro, eppure ancora in piedi. Mio fratello è un vichingo – The last viking entra proprio lì, in quello spazio fragile dove i legami di sangue si confondono con la colpa, con il ricordo, con l’impossibilità di tornare indietro. Anders Thomas Jensen firma un film che ha il sapore ruvido delle sue storie migliori: un cinema beffardo, malinconico, stralunato, capace di accarezzare il dolore con una risata sbilenca e di trasformare il grottesco in una forma lucidissima di umanità. Sotto la scorza eccentrica, tra corpi fuori asse e dialoghi che sembrano sempre sul punto di deragliare, pulsa infatti un racconto tenero e insieme spietato sul bisogno di essere visti, riconosciuti, amati, anche quando non si è più in grado di riconoscere sé stessi.

Il racconto si muove da un presupposto quasi da noir. Anker (Nikolaj Lie Kaas) esce di prigione dopo quindici anni per una rapina finita male e torna a casa da suo fratello Manfred (Mads Mikkelsen), l’unico a sapere dove è nascosto il denaro. Ma il tempo ha lavorato sui corpi e soprattutto sulla mente: Manfred -convinto di essere John Lennon – vive in una dimensione sghemba, mutevole, attraversata da vuoti, identità fluttuanti e memorie che affiorano come detriti. Da qui prende forma un viaggio fatto di fughe, incontri, scontri e rivelazioni, in cui la ricerca del bottino diventa presto qualcos’altro: un ritorno nel cuore guasto dell’infanzia, nei traumi rimasti senza nome, in quel vincolo fraterno che resiste anche quando tutto il resto sembra essersi disfatto. Jensen orchestra il racconto con il suo tocco inconfondibile, mescolando dark comedy, tenerezza e deviazioni surreali senza perdere mai il contatto con la verità emotiva dei personaggi.

Il film possiede una libertà rara, una felicissima anarchia narrativa che gli permette di passare dal comico al tragico, dal paradosso alla confessione, con una naturalezza che forse il cinema contemporaneo ha quasi dimenticato. Mads Mikkelsen, strepitoso nel ruolo di Manfred, porta in scena una fragilità opaca, sfuggente, continuamente attraversata da scarti e ombre, mentre Nikolaj Lie Kaas dà ad Anker una durezza scavata dal tempo e dal rimorso. È un’opera viva, piena, generosa, e proprio per questo necessaria. Nel panorama italiano, dove le sale faticano sempre più a ospitare film di genere capaci di essere autoriali, popolari e imprevedibili insieme, titoli come questo diventano fondamentali. Il cinema, in questo senso, trova in “Mio fratello è un vichingo -The Last Viking” un possibile apripista: deve osare con il tono, sporcare i confini, non avere paura dell’eccesso, della stranezza, delle emozioni, del lasciarsi trascinare altrove. Ed è esattamente da lì che il cinema, ogni tanto, torna a respirare. Dal 26 marzo al cinema con Plaion Pictures.
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