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Bill Murray, ribelle comico con quella seconda, inaspettata, vita artistica

Più che un attore, un monumento: tra Ghostbusters, Lost In Translation e il tocco di Wes Anderson

MILANO – Diciamocelo: c’è stato un momento, a metà anni Novanta, in cui ci siamo un po’ dimenticati di Bill Murray: tra il successo di Ricomincio da capo, tragicommedia esistenziale, e il volto rugoso e malinconico del nuovo millennio che Wes Anderson ha contribuito a disegnare, mancano ruoli e pellicole davvero memorabili. Il rischio che Murray non riuscisse a riproporsi e che potesse essere ricordato con nostalgia soltanto come un grande comico degli anni Ottanta è stato effettivo e c’era davvero: titoli innocui come Kingpin, Per amore di Vera e L’uomo che sapeva troppo poco venivano indirizzati direttamente sugli scaffali di blockbuster o videoplanet, e la sensazione di chi si era innamorato del Murray di Ghostbusters e Tutte le manie di Bob era quella di dover assistere a un graduale percorso verso la scomparsa dalla Hollywood che conta.

Il ruolo della svolta: quello di Herman Blume in Rushmore di Wes Anderson. Era il 1998.

Quindi? Non c’è dubbio che gran parte del merito della rinascita di Murray vada proprio a un ragazzo di nome Wes Anderson: le sfumature umane e controverse del magnate Herman Blume in Rushmore costituiscono le basi interpretative dei personaggi che seguiranno. Quello che però anche il più grande fan di Bill Murray – come noi – non si sarebbe mai aspettato è che questa seconda parte di carriera avrebbe poi segnato la storia del cinema ben più della prima: perché l’attore Bob Harris sul viale del tramonto di Lost in Translation è il punto d’incontro miracoloso tra amarezza e ironia, tra la consapevolezza di un tempo che scorre inesorabile e un sentimento magico di intesa che, nonostante tutto, riaffiora facendoci riprovare gli improvvisi sbalzi delle temperature d’amore (e manca un Oscar).

«Più conosci te stesso e più sai quello che vuoi». Lost In Translation, 2003.

Ed è ancor più agrodolce l’evoluzione de Le avventure acquatiche di Steve Zissou e di Broken Flowers: quella di un padre assente oppure mancato, costretto a riguardare il suo passato nello specchietto retrovisore senza avere lo spazio umano e cronologico per fare retromarcia. Sarebbero sufficienti queste nostalgie e queste facce per rendere Bill Murray un monumento vivente, il punto di riferimento per tutti gli uomini che riflettono sui sogni persi e le occasioni mancate, sugli scarti emotivi tra tutto ciò che si riusciva a sentire ieri e oggi non si riesce a provare più.

L’insostenibile leggerezza di Bill Murray, 2009. Foto Shutterstock

Non serve celebrare altro di un viaggio partito dal Saturday Night Live, e che ha attraversato molta marijuana, un po’ di alcol, e ovviamente tradimenti e divorzi, oltre a un indice di popolarità non sempre costante, tra parti minori senz’altro esilaranti (Space Jam, I Tenenbaum, Benvenuti a Zombieland) e un tentativo a inizio anni Ottanta di deviare verso il dramma classico (Il filo del rasoio), che per fortuna non ha fruttato i risultati sperati. Perché diciamocelo: che mondo sarebbe senza questo Bill Murray?

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