ROMA – A ottobre, ça va sans dire, Roma cambia ritmo. Non serve necessariamente arrivare all’Auditorium per accorgersene. Basta attraversare la città e seguire quel movimento di persone, immagini e conversazioni che per qualche giorno sembra avere una destinazione comune. E quest’anno lo farà un po’ più a lungo. Dal 13 al 25 ottobre, la ventunesima edizione della Festa del Cinema di Roma torna all’Auditorium Parco della Musica Ennio Morricone e, insieme, si allarga ancora una volta alle sale e agli spazi della Capitale. Tredici giorni nei quali Roma proverà a fare quello che le riesce meglio: mescolare alto e basso, memoria e presente, autori e pubblico, divi internazionali e cinema italiano. Senza chiedere necessariamente a mondi diversi di scegliere da che parte stare. Perché la festa, fin dalla sua nascita, ha trovato proprio qui una parte della propria identità: nell’idea che il cinema possa essere celebrato senza diventare distante.
A guidare questa edizione è ancora Paola Malanga, con Salvatore Nastasi alla presidenza della Fondazione Cinema per Roma. E ad accompagnarla c’è un’immagine che sembra quasi riportarci all’origine di tutto: Monica Vitti, fotografata da Sergio Strizzi sul set de L’eclisse di Michelangelo Antonioni, con alle spalle le geometrie dell’EUR. Non semplicemente un omaggio, ma un’immagine in cui Roma e il cinema diventano difficili da separare. Al centro resta Progressive Cinema – Visioni per il mondo di domani, il concorso internazionale composto da diciotto titoli. È qui che ritroviamo anche un cinema italiano che arriva a Roma con storie e sensibilità molto diverse. C’è Brianza di Simone Catania, con Paolo Pierobon e Fausto Russo Alesi, ma ci sono anche film capaci di portarci altrove, dal Messico di Ceniza en la boca di Diego Luna alla Polonia di Closure di Michał Marczak. Diciotto modi differenti di interrogare il presente, in quella che rimane l’anima più strettamente competitiva della Festa. Ma Roma, fortunatamente, non vive di un’unica sezione. Grand Public conserva quella vocazione popolare che è nel DNA stesso della manifestazione e quest’anno sarà proprio un italiano ad aprire le danze: Il rumore delle cose nuove di Paolo Genovese, film corale con Emanuela Fanelli, Claudia Pandolfi, Vittoria Puccini, Stefano Accorsi, Lino Musella, Edoardo Pesce e Claudio Santamaria. Dopo il successo di Follemente, Genovese torna così nel luogo forse più naturale per il suo cinema: davanti a un pubblico ampio, dentro una festa che non ha mai considerato “popolare” il contrario di “qualità”.
Ed è in Grand Public che incontreremo anche alcuni dei film italiani che raccontiamo nelle pagine di questo numero. È andata così di Gianni Zanasi, con Valentina Lodovini, Michele Riondino, Valerio Mastandrea e Leonardo Lidi; Un tranquillo funerale di famiglia di Massimiliano Bruno, che riunisce Claudia Pandolfi, Pietro Sermonti, Stefania Sandrelli, Diego Abatantuono e Stefano Fresi. Film molto diversi tra loro, accomunati però da quella capacità tutta italiana di usare la commedia per entrare nelle nostre fragilità, nelle famiglie, nei rapporti che finiscono e in quelli che, nonostante tutto, resistono.
E poi ci sono le altre traiettorie della festa: Freestyle, Best of 2026, le proiezioni speciali, i restauri, gli incontri e gli omaggi. È anche qui che un festival rivela davvero la propria identità: non soltanto attraverso ciò che mette in concorso, ma attraverso le connessioni che riesce a creare tra cinema apparentemente lontani. Il programma continua così a muoversi tra scoperta e riconoscibilità, fra opere prime, documentari, grandi produzioni e film già passati dai maggiori festival internazionali. Roma sarà anche il luogo degli incontri con alcuni protagonisti che hanno attraversato il cinema contemporaneo lasciandovi un segno profondo. Javier Bardem riceverà il Premio alla Carriera, consegnato da Paolo Sorrentino, e accompagnerà El ser querido di Rodrigo Sorogoyen, inserito in Best of 2026. Un altro premio alla carriera andrà a Julianne Moore, che arriverà alla festa con The Debut: a consegnarle il riconoscimento sarà Jesse Eisenberg, regista e interprete del film. Due carriere diversissime e due attori che hanno fatto della capacità di trasformarsi una forma di identità.
C’è poi la memoria, perché un festival che guarda avanti deve sapere anche voltarsi indietro. A vent’anni dalla scomparsa di Gillo Pontecorvo, Roma gli dedica un omaggio che comprende la prima edizione del Premio Gillo Pontecorvo e il ritorno sul grande schermo de La battaglia di Algeri, restaurato, a sessant’anni dal Leone d’Oro di Venezia. Ma un programma, per quanto ricco, racconta soltanto una parte di quello che succederà. Perché poi arriveranno le sale, gli applausi, qualche delusione, le scoperte inattese, le interviste fatte di corsa, i red carpet e soprattutto quei film dei quali oggi conosciamo un titolo e poche immagini e che magari, fra qualche settimana, continueremo ancora a discutere.
Hot Corn sarà, come ogni anno, qui per tutto questo. In questo numero abbiamo provato ancora una volta a non costruire semplicemente un catalogo, ma ad anticipare gli sguardi: raccontare i film, incontrare chi li rende possibili, capire dove sta andando il nostro cinema e lasciare spazio a quello che ancora non conosciamo. Perché Roma per tredici giorni sarà certamente una festa. Buona Festa del Cinema di Roma 2026.
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