Davanti a una storia che tutti conosciamo e che appartiene ancora a un dolore così recente, qual è stata la prima domanda che ti sei posta prima ancora di decidere come raccontarla?
«La storia di Giulia è una storia importantissima e spartiacque: c’è un prima e un dopo. Ciò che è cambiato completamente, grazie alla storia di Giulia e al coraggio dei suoi familiari, è la percezione sociale del femminicidio. Prima veniva percepito come un delitto compiuto da mostri o personaggi sconosciuti, estranei alla nostra quotidianità. Il caso di Giulia ci ha dimostrato che chi uccide le donne sono i compagni, i mariti, i fidanzati, gli ex, i nostri fratelli, i padri e gli amici. Il problema non è del singolo, ma è sociale e culturale. Quando mi è arrivata la proposta ero guardinga: volevo capire quale fosse la chiave giusta per raccontarla. I produttori mi hanno suggerito di leggere Cara Giulia, il libro scritto da Gino Cecchettin con Marco Franzoso. Lì ho capito che c’era una chiave possibile, ne ho parlato con la sceneggiatrice Lisa Nur Sultan e ho proposto la mia visione: lavorare sull’assenza»
Cosa intendi con “lavorare sull’assenza”?
«Volevo far capire la portata e l’enormità dell’assenza, cosa succede quando una persona sparisce da una famiglia da un momento all’altro. Per me e Lisa era fondamentale che la famiglia fosse d’accordo, anche perché volevamo utilizzare il loro punto di vista. Giulia viene raccontata esclusivamente attraverso i ricordi dei suoi familiari»
In questo film c’è una grande attenzione alla sorella Elena…
«Elena è stata fondamentale. Nel momento più difficile ha avuto la lucidità, la forza e il coraggio di chiamare le cose con il loro nome, parlando di patriarcato e di responsabilità dell’intera società. Ha rappresentato il primo vero fattore di cambiamento, stimolando un percorso virtuoso di comprensione e crescita anche in suo padre Gino. La cosa bellissima della famiglia Cecchettin è che è una famiglia come tantissime altre in Italia. Giulia è davvero una di noi: poteva essere nostra sorella, nostra figlia, una nostra amica. E loro hanno avuto la generosità di trasformare un dolore privato in impegno civile per la collettività. L’esempio di Elena, che chiedeva “Per Giulia non fate un minuto di silenzio, fate rumore”, ci ha fatto capire che era ora di superare le paure, scendere in campo e fare la nostra parte. Questo film è il nostro modo di fare rumore.»
Dal dolore di questa famiglia è nato un dibattito nazionale su patriarcato e responsabilità. Il film vuole continuare questa conversazione?
«Sì, vuole stimolarla! Mi piacerebbe che lo vedessero tutti e tutte, perché prende in considerazione diverse generazioni ed è un esempio di dialogo intergenerazionale. Per me il cinema è un’esperienza collettiva: condividi un vissuto con persone sconosciute e questo dà la possibilità di aprire conversazioni e dibattiti. «Non è un film di genere: la codificazione del genere avrebbe creato una distanza dalla realtà e dall’empatia con i personaggi. Il nostro obiettivo era raccontare quello che i media non hanno mostrato»
Come avete lavorato con il cast per affrontare ruoli così delicati?
«Abbiamo visto più di 600 giovani tra attrici e attori per cercare Elena, Giulia e Davide. Tutti arrivavano con grande partecipazione e voglia di condividere la loro vicinanza a questa storia. Filippo Timi ha avuto l’incredibile generosità di abbracciare il ruolo di Gino. Non volevamo fare un’imitazione, ma un’interpretazione di persone vere: era l’unico modo per essere onesti. Gli attori hanno dovuto farsi carico di tanto dolore e ci voleva coraggio per affrontarlo. Allo stesso tempo sul set c’era un’atmosfera di grandissima emozione, perché sentivamo la responsabilità e il privilegio di questo racconto»
Nel film c’è anche una forte presa di posizione sul punto di vista femminile nel cinema…
«La storia delle donne è stata spesso cancellata e c’è ancora troppa poca rappresentazione. Se in Italia solo il 20% circa dei film è diretto da donne, significa che manca il racconto del punto di vista di metà della popolazione. Il patriarcato è un sistema che condiziona tutti e che dobbiamo disfare insieme. È ora che anche gli uomini facciano la loro parte.»
Quando il cinema affronta un femminicidio c’è il rischio di trasformare la violenza in spettacolo. Come hai lavorato per evitarlo?
«Una grandissima lezione sulla rappresentazione della violenza la dà Nanni Moretti ne Il sol dell’avvenire. Nel mio film rappresentarla non avrebbe avuto senso. Infatti non abbiamo raccontato nemmeno l’omicida: prima di tutto perché non lo fa Gino nel suo libro, e poi perché questo non è un film sul singolo colpevole, ma su un problema che è culturale. Mio padre, che era avvocato, mi diceva che i colpevoli ci saranno sempre, ma è la società che deve cambiare e difendere i propri cittadini. Noi dobbiamo cambiare tutta la cultura»
Cosa significa per te presentare il film nell’unione tra Festa del Cinema di Roma e Alice nella Città?
«Sono felicissima di questa sinergia tra i due festival per dare la massima visibilità al film. Il fatto che siano realtà dirette da donne è un segnale importante, c’è bisogno di sguardi diversi.»
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