VENEZIA – Dove finisce la notizia e comincia il giudizio? Fino a dove può spingersi una telecamera e l’umanità di chi racconta la realtà? Sono domande che appartengono all’essenza del giornalismo, soprattutto quando la ricerca della verità si trasforma in una febbre ossessiva del grande pubblico. Se il giornalista è Chris Hansen, volto di To Catch a Predator, il confine diventa ancora più labile.
Primetime, in concorso nella sezione Fiction di questa edizione della Mostra, è nato dalla storia vera di una delle trasmissioni più controverse della televisione americana: tra il 2004 e il 2007, la rubrica di Dateline NBC condotta da Hansen attirava presunti predatori sessuali in incontri organizzati in case-trappola, per poi sorprenderli davanti alle telecamere e interrogarli sulle loro intenzioni. Un’inchiesta giornalistica che diventava spettacolo, fino ad assumere i contorni di un tribunale mediatico, sotto gli occhi di milioni di spettatori.
È in questo cortocircuito di valori che il film di Lance Oppenheim ha trovato la sua materia più scomoda. Dove finisce la volontà di fare giustizia e dove comincia quella di giudicare? E quanto può spingersi chi cerca una verità, prima che l’ostinazione e l’ambizione finiscano per cancellare la persona che ha di fronte? Sono questioni che sembrano appartenere alla televisione raccontata dal film, ma che oggi riguardano anche lo spazio dei social, diventati insieme vetrina e luogo di esposizione: ci si mostra, si viene osservati, commentati, assolti o condannati, senza che nessuno debba più aspettare un programma in prima serata.
Il regista è passato dal documentario alla finzione in un esordio che non ha tradito la sua vocazione di osservatore, ma l’ha messa alla prova attraverso una storia in cui la realtà stessa viene continuamente trasformata in racconto. Le immagini del trailer sembravano già giocare con questa ambiguità: figure e ambienti sfocati, come se la difficoltà maggiore nel ricostruire i fatti risiedesse proprio nello scegliere cosa mostrare e cosa lasciare nell’ombra.
Al centro di questo progetto c’è Robert Pattinson, che nel 2026 ha dimostrato di saper cambiare pelle in ogni progetto cinematografico a cui ha preso parte. Anche qui, ha restituito la fragile lucidità di un uomo che trasforma l’indagine giornalistica in una missione personale, mettendo in discussione il confine tra professione e giustizia. Accanto a lui Merritt Wever, Skyler Gisondo e il debutto sul grande schermo di Phoebe Bridgers, con cui Oppenheim aveva già collaborato dirigendo il videoclip di Lost Boys.
Primetime ha costruito un gioco di specchi in cui osservatore e osservato, notizia e giudizio, realtà e rappresentazione sono finiti per confondersi. Ed è stato forse proprio in quella sfocatura, più che in una risposta netta, che il film si è rivelato di grande interesse da mettere a fuoco.
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