ROMA – L’entusiasmo, a diciannove anni, non si può fingere. Lo capisci dal modo in cui racconta il primo set importante, dall’emozione con cui parla dell’Accademia Silvio D’Amico, o dalla voce che esplode di gioia quando cita Woody Allen o Otto e mezzo. Vincenzo Ficarra è in quel momento meraviglioso in cui tutto sembra ancora possibile: i primi film, i primi maestri, le prime responsabilità e la consapevolezza di avere davanti un percorso tutto da costruire. Durante la nostra conversazione ci ha raccontato questo presente fatto di studio, curiosità e voglia di crescere, con la spontaneità di chi vive ogni occasione come un regalo e ogni progetto come un nuovo punto di partenza.
Hai soltanto diciannove anni, ma hai già conosciuto il teatro, il set e oggi sei alla Silvio D’Amico. Hai la sensazione che questo sia davvero l’inizio della tua carriera?
«Sì, assolutamente. Ho sempre girato attorno a questo mondo, fin da bambino, ma è rimasto a lungo un gioco. Il vero inizio è arrivato soltanto adesso. Un po’ prima con Sicilia Express, poi con il film di Michele Placido (tra l’altro a breve io e lui inizieremo a girare un film insieme come attori, Ornano il loro nido di Guia Jelo con la supervisione di Aurelio Grimaldi), contemporaneamente all’ingresso in Accademia e in agenzia. È lì che ho avuto la sensazione di cominciare davvero questo percorso. Da piccolo avevo iniziato a recitare, poi però mi sono allontanato. Mi dava fastidio il peso del cognome, il fatto che qualcuno pensasse a me come “il figlio di…”. Mi sentivo quasi una copia e non l’originale. Così ho deciso di lasciare perdere la recitazione e mi sono avvicinato alla regia. È stata mia madre, però, a riportarmi su questa strada: mi convinse a partecipare a un workshop con Francesco Amato dicendomi che, se volevo dirigere gli attori, dovevo prima capire cosa significasse esserlo. Da quel momento non mi sono più fermato».
Nel tuo percorso hai incontrato tanti insegnanti e registi. C’è qualcosa che porti sempre con te quando affronti una scena?
«La cosa più importante che ho imparato riguarda il corpo. Oggi mi rendo conto che la recitazione nasce dalla connessione tra mente e corpo. In Accademia passiamo moltissimo tempo a lavorare sul rilassamento, sulla respirazione, sulla visualizzazione. Sembra quasi meditazione, ma è un lavoro fondamentale. Con Scianna ho approfondito molto questo metodo e continuo a utilizzarlo ancora oggi. Prima di entrare in scena cerco sempre di rilassarmi, di ritrovare il corpo e la voce. Ti accorgi davvero di quanto cambi il modo di parlare e di stare in scena quando impari ad ascoltarti».

Presto arriverà Livatino – Il giudice e i suoi assassini, diretto da Michele Placido. Che esperienza è stata?
«Quando sono stato preso per il progetto ho iniziato a documentarmi e ho capito subito che il film affrontava questa storia da un punto di vista completamente diverso. Non racconta soltanto Livatino, ma guarda ai suoi assassini, ai ragazzi della Stidda. È una prospettiva cinematograficamente molto forte, perché erano giovani ribelli, quasi dei cani senza padrone, che arrivano a compiere un gesto enorme. È una pagina importante della nostra storia raccontata con uno sguardo nuovo, e credo sia proprio questo uno degli aspetti più interessanti del film».

Che spettatore sei quando esci dal set? Ci sono attori o registi che senti particolarmente vicini?
«Tra gli attori adoro Ryan Gosling. Mi piacciono molto i personaggi che interpreta, quei sognatori romantici che sembrano sempre vivere in equilibrio tra realtà e desiderio. Mi ci ritrovo. Come regista, invece, il mio riferimento è Woody Allen. Amo quel suo modo di raccontare il romanticismo e le fragilità umane. Uno dei miei film preferiti è Midnight in Paris: avrei voluto farne parte. E poi c’è Fellini. La prima volta che ho visto* Otto e mezzo è stato durante una proiezione all’aperto al Colosseo. Credo sia stata una delle esperienze cinematografiche più belle della mia vita».
Hai diciannove anni e una carriera davanti. C’è un ruolo che sogni di interpretare?
«Più che un personaggio preciso, sogno quel tipo di cinema. Mi piacerebbe raccontare figure romantiche, sognatrici, come quelle che si trovano nei film di Woody Allen o anche in La La Land e Whiplash. Quel modo di guardare il mondo mi appartiene molto. Se un giorno potessi lavorare con Woody Allen sarebbe bellissimo. So che oggi è diverso rispetto a qualche anno fa, ma resta uno degli autori che mi hanno fatto innamorare del cinema. E, in fondo, è quello il tipo di storie che vorrei raccontare anche io».
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