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Lorenzo Lazzarini: “In Passion Club ho raccontato la ricerca dell’identità attraverso Gianluca e Gloria”

L’attore protagonista del corto di Michele Capuano, presentato in anteprima al Giffoni Film Festival, racconta il percorso che lo ha portato a interpretare Gianluca e il suo alter ego Gloria, tra preparazione, identità e il valore del cinema come strumento di inclusione.

ROMA – Interpretare un personaggio che vive costantemente in equilibrio tra la propria vita e il suo alter ego artistico è stata una delle sfide più importanti della carriera di Lorenzo Lazzarini. In Passion Club, il corto scritto, diretto e prodotto da Michele Capuano e presentato in anteprima al Giffoni Film Festival, l’attore veste i panni di Gianluca, un avvocato quarantenne che, nel locale drag che dà il titolo al film, trova la libertà di esprimersi attraverso Gloria. Un ruolo intenso e lontano dai personaggi interpretati finora, costruito attraverso un lungo lavoro di preparazione fisica ed emotiva.

Lazzarini racconta il percorso che lo ha portato a dare vita a Gianluca e Gloria, soffermandosi sul lavoro svolto con il regista, sul significato dell’identità raccontata dal corto e sul valore del cinema nel favorire il dialogo e l’inclusione

Interpretare un personaggio che vive tra la propria identità e quella artistica ha richiesto una grande sensibilità. Qual è stata la sfida più importante?

È stata sicuramente una grande sfida, che ho accolto con entusiasmo ma anche con un certo timore. Si tratta di un ruolo completamente lontano da quelli che ho interpretato finora. Nel cinema e in televisione sono stato spesso associato a personaggi ironici, comici o grotteschi, oppure a figure piuttosto stereotipate. Quando Michele mi ha proposto la sceneggiatura gli ho chiesto se fosse davvero sicuro che fossi la persona giusta. Lui, invece, aveva visto qualcosa in me ed era convinto di quello che avrei potuto restituire. Da quel momento ho voluto affrontare il lavoro con la mia acting coach, con cui collaboro da anni. Abbiamo avuto il tempo di fare una preparazione molto approfondita, cosa che spesso nelle produzioni più grandi non è possibile. Ho voluto fare di questo corto una vera scommessa.

La difficoltà principale è stata lavorare sul corpo, che nel film ha un ruolo fondamentale. Ho cercato anche di recuperare una parte della mia adolescenza, riportando alla memoria situazioni in cui mi sono sentito privato di qualcosa, proprio come accade a Gianluca.

Il film è ambientato negli anni Novanta, un periodo in cui il mondo drag era ancora poco conosciuto e spesso costretto all’invisibilità. Come ti sei preparato ad affrontare questo aspetto?

Ho avuto la fortuna di confrontarmi con una persona che, di giorno, lavora in banca e la sera si esibisce come drag performer. È stato prezioso ascoltare la sua esperienza e cogliere quei piccoli dettagli che mi hanno aiutato a costruire il personaggio. Nel film Gianluca perde il luogo in cui riusciva davvero a essere sé stesso. Con la chiusura del locale si sente privato del suo spazio di libertà, perché quella era la sua vita.

Il cinema ci permette di raccontare queste storie e di parlare delle persone prima ancora delle etichette.

Passion Club parla soprattutto di identità, ed è questo il lavoro che abbiamo cercato di fare.Il corto affronta temi come identità e inclusione. Quale contributo pensi possa offrire a questo dibattito?

Credo possa essere un altro tassello importante. Negli ultimi anni sono stati fatti tanti passi avanti, ma c’è ancora moltissimo lavoro da fare, soprattutto sul piano dell’educazione e della cultura. Se questo cortometraggio riuscirà anche solo ad aggiungere un piccolo contributo a questo percorso, allora avrà raggiunto un obiettivo importante.

La scena finale è particolarmente intensa: dopo il buio che avvolge il locale, una luce illumina nuovamente Gloria, pronta a tornare sul palco. Che cosa hai provato in quel momento?

Sono stato molto fortunato perché quella scena è stata l’ultima che abbiamo girato, dopo tre giorni e tre notti di riprese molto impegnative, all’interno di una location piuttosto claustrofobica. Eravamo tutti molto provati, sia fisicamente che mentalmente, e proprio in quel momento ho capito di dover dare il massimo. È stata una prova molto impegnativa, soprattutto dal punto di vista fisico, ma anche estremamente stimolante. Amo trovarmi in quelle condizioni in cui mi sento completamente svuotato, perché è proprio lì che riesco a trovare qualcosa in più da dare al personaggio. È stata un’esperienza intensa ed emozionante, che porterò sicuramente con me.

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