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INTERVISTE I Ten To Six, Alessio Rupalti: «Raccontare la prevenzione attraverso gli occhi di un uomo»

Dal valore della prevenzione al peso del rimpianto, passando per il tempo che scorre e l’importanza di esserci per chi amiamo: Alessio Rupalti racconta la nascita di Ten To Six, il cortometraggio che affronta il tema del tumore al seno da una prospettiva inedita e profondamente umana.

ROMA – C’è chi considera il cinema un semplice intrattenimento e chi, invece, lo vede come uno strumento capace di generare riflessioni profonde. È questa la visione di Alessio Rupalti che, attraverso il suo ultimo cortometraggio Ten To Six dedicato alla prevenzione del tumore al seno, ha scelto di affrontare una tematica delicata da una prospettiva inedita: quella di un uomo che vive la malattia accanto a una donna amata. Un progetto nato durante l’attesa di realizzare il suo primo lungometraggio e trasformato in un racconto che intreccia prevenzione, affetti, rimpianti e valore del tempo. In questa intervista il regista ripercorre la genesi del film, racconta il significato della scelta narrativa e riflette sul ruolo sociale del cinema, capace di arrivare anche a chi normalmente non si avvicinerebbe a certi argomenti.

Da dove nasce l’idea del cortometraggio e quando hai capito che questa storia doveva diventare un film?
«Il cortometraggio nasce mentre stavo lavorando da anni al mio primo lungometraggio. A causa delle difficoltà che spesso accompagnano ogni opera prima, ho sentito la necessità di rimettermi in gioco nell’attesa che quel progetto prendesse forma. Ho iniziato quindi a pensare a una storia da raccontare in un corto. Non amo realizzare opere di puro intrattenimento: mi piace affrontare tematiche che possano stimolare riflessioni nello spettatore. Mi piace immaginare una persona che, finito il film, continui a pensare al messaggio ricevuto anche dopo essere uscita dalla sala. All’inizio riflettevo sulla prevenzione in senso molto ampio. Solo successivamente mi sono concentrato sul tumore al seno, soprattutto dopo aver scoperto quanto sia fondamentale la diagnosi precoce e come, se individuato per tempo, garantisca altissime possibilità di sopravvivenza. Ho pensato che fosse importante raccontare una storia che trasmettesse speranza e non rassegnazione. Da lì è nata l’idea del film».

Perché hai scelto di affrontare il tema del tumore al seno attraverso un punto di vista maschile?

«Per due motivi. Il primo è molto semplice: non essendo una donna, non voglio e non posso mettermi nei panni di una donna per raccontare questa esperienza. Il secondo nasce da ciò che ho imparato vivendo all’estero. Ho capito che spesso siamo abituati a guardare il mondo da un solo punto di vista, mentre ogni esperienza ha molte sfaccettature. Ho voluto applicare questa consapevolezza anche al film. Il tumore al seno viene quasi sempre raccontato attraverso protagoniste femminili, giustamente. Io però volevo mostrare il punto di vista di chi vive la malattia accanto a una donna: un marito, un figlio, un padre, un amico. Le donne combattono in prima linea, ma hanno bisogno anche di persone che le sostengano nei momenti difficili. Nella mia vita ho conosciuto persone che hanno affrontato questa malattia e che, fortunatamente, l’hanno scoperta in tempo. Questo mi ha permesso di vedere quanto sia importante il ruolo di chi resta accanto e sostiene».

Nel film il protagonista convive per decenni con il peso di non essere riuscito a salvare la moglie. Cosa ti interessava esplorare di questa dimensione?

«Uno dei temi principali del cortometraggio è il tempo. È una cosa che mi ha sempre un po’ spaventato: il rischio di avere rimpianti e di non fare abbastanza per le persone che amiamo. Vivendo all’estero questa sensazione è diventata ancora più forte. Ti rendi conto che il tempo passa velocemente e che spesso diamo per scontato chi abbiamo accanto. Pensiamo sempre che ci sarà tempo, che siamo giovani, che certe cose possano aspettare. In realtà non è così. Ho immaginato un uomo che ha amato sua moglie, ma che si è concentrato troppo sul lavoro e troppo poco sul vivere pienamente il loro rapporto. Quando si accorge di ciò che ha perso, è ormai troppo tardi. Passa così trentacinque anni a cercare una soluzione che non può più trovare. Attraverso questo personaggio volevo raccontare il peso del rimpianto e ricordare quanto sia importante vivere il presente e non rimandare continuamente ciò che conta davvero».

Quanto era importante per te che il film avesse anche una funzione di sensibilizzazione sulla prevenzione?

«Era fondamentale. Da una parte il cortometraggio rappresenta un biglietto da visita professionale, un modo per mostrare come racconto una storia. Dall’altra, però, c’è il contenuto e il messaggio, che per me è la parte più importante. La soddisfazione più grande arriva quando le persone mi scrivono dopo aver visto il film. Recentemente sono stato contattato da un uomo che ha avuto il tumore al seno e che mi ha ringraziato per aver affrontato questa tematica. Sono momenti che danno un significato profondo al lavoro che faccio. Credo che il cinema abbia anche il compito di sensibilizzare. Attraverso una storia si può arrivare a persone che normalmente non parteciperebbero a eventi dedicati a questi temi. Magari qualcuno guarda semplicemente un film e, alla fine, riceve un messaggio che lo porta a riflettere».

Dopo un progetto così intenso, quali storie senti il bisogno di raccontare in futuro?

«Mi interessano soprattutto le storie umane. Alla base dei miei progetti ci sono sempre emozioni, sentimenti e rapporti tra persone. In questo momento sto lavorando alla scrittura del mio primo lungometraggio e spero di trovare un produttore disposto ad avere il coraggio di investire in qualcosa di nuovo. Ho la sensazione che spesso si preferisca andare sul sicuro, replicando formule già collaudate. Anche nel mio nuovo progetto ritorna un tema che mi accompagna da sempre: la paura del rimpianto e del tempo che passa troppo in fretta. Analizzando tutti i lavori che ho realizzato finora, mi accorgo che c’è sempre questa preoccupazione di non aver vissuto abbastanza o di non aver dedicato abbastanza tempo alle persone che amiamo. Ho avuto la fortuna di conoscere tutti i miei nonni e quando è venuta a mancare l’ultima, l’anno scorso, ho realizzato ancora una volta quanto velocemente scorra il tempo. È una sensazione che continua a influenzare il mio modo di scrivere e di raccontare storie».

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