in

David Bowie, gli ultimi anni di un alieno irripetibile: arriva al cinema Bowie: The Final Act

Dal ritorno a Glastonbury a Blackstar: il documentario di Jonathan Stiasny racconta gli ultimi trent’anni di carriera di David Bowie tra archivio inedito, collaboratori storici e fragilità trasformata in arte.

ROMA – L’ultima volta che David Bowie ha davvero spiazzato il mondo non è stato con un costume, un alter ego o un concerto. Lo ha fatto trasformando la propria fine in un’opera d’arte. Blackstar usciva l’8 gennaio 2016. Due giorni dopo, Bowie moriva. E da allora quel disco è rimasto lì: un testamento, un enigma, forse l’ultimo grande gesto di un artista che ha sempre avuto un passo avanti rispetto a tutti gli altri. Parte da questa consapevolezza Bowie: The Final Act, il documentario diretto da Jonathan Stiasny in arrivo nei cinema italiani come evento speciale il 25, 26 e 27 maggio con distribuzione Madison Pictures.

Più che una classica biografia, il film sceglie di concentrarsi sull’ultima parte del percorso artistico del Duca Bianco: gli anni della trasformazione finale, quelli in cui Bowie attraversa crisi creative, sperimentazioni e nuove rinascite. Il racconto segue il suo ritorno sul palco di Glastonbury nel 2000, passa attraverso il rapporto visionario con internet e la scrittura del musical Lazarus, fino ad arrivare alle intense sessioni di registrazione di Blackstar, pubblicato appena due giorni prima della sua morte.

A costruire il mosaico del documentario ci sono materiali d’archivio rari e testimonianze di chi ha lavorato accanto all’artista per decenni. Tra i nomi coinvolti compaiono lo storico produttore Tony Visconti, i musicisti Mike Garson ed Earl Slick, insieme a figure della scena musicale contemporanea come Moby, Goldie e Gary Kemp. Non mancano anche gli interventi dell’astronauta Chris Hadfield e dello scrittore Hanif Kureishi, oltre ai contributi dei figli Duncan Jones e Alexandria Zahra Jones.

Con una durata di oltre novanta minuti, Bowie: The Final Act prova così ad avvicinarsi non soltanto al mito, ma anche all’uomo dietro l’icona. Quello che emerge è il ritratto di un artista che ha continuato a reinventarsi fino all’ultimo, trasformando il corpo, la paura e persino l’addio in un ultimo gesto creativo.

Lascia un Commento

Memoria

Memoria | Tilda Swinton, quel suono e la poesia di Apichatpong Weerasethakul

RECENSIONI I Mother Mary: David Lowery racconta il lato oscuro delle pop star tra estetica e crisi identitarie