ROMA – Mother Mary è un’opera destinata inevitabilmente a dividere pubblico e critica. Diretto da David Lowery, tra gli autori più originali e imprevedibili del cinema americano contemporaneo, il film si presenta come un raffinato melodramma psicologico venato di thriller e attraversato da una forte componente musicale, territori che il regista esplora ormai da anni e che richiamano le atmosfere sospese di A Ghost Story. Al centro della storia c’è una riflessione sul mito delle icone contemporanee e sul vuoto nascosto dietro la loro immagine pubblica: un tema affascinante che il film sfiora con grande sensibilità visiva, pur senza approfondirlo fino in fondo. Lowery sceglie di raccontare questo universo attraverso uno sguardo interamente femminile, affidandosi a due protagoniste assolute: Anne Hathaway, reduce dall’attesissimo The Devil Wears Prada 2 e presto nel cast di The Odyssey, e Michaela Coel, magnetica e perturbante in ogni scena.

La celebre popstar Mother Mary (Hathaway) va incontro a un improvviso crollo nel corso di quella che avrebbe dovuto essere una delle esibizioni più importanti della sua carriera. L’incidente la costringe a confrontarsi con una crisi profonda, personale prima ancora che artistica, spingendola a mettere in discussione la propria carriera e il peso di un’identità costruita davanti agli occhi del pubblico. Per prepararsi a quello che potrebbe diventare il suo ultimo concerto, decide di affidarsi nuovamente a Sam (Coel), amica e stilista di talento, figura fondamentale agli inizi della sua ascesa, da cui però si era allontanata anni prima senza spiegazioni davvero chiarite. Il loro riavvicinamento, inizialmente freddo e attraversato da tensioni irrisolte, si trasforma gradualmente in una collaborazione intima e dolorosa, alimentata anche da una misteriosa presenza quasi spettrale che sembra perseguitare entrambe. È proprio attraverso questo rapporto che David Lowery sviluppa le riflessioni centrali del film. Da una parte, il regista mette in scena la pressione devastante che accompagna l’esposizione pubblica delle grandi icone pop: il bisogno costante di apparire perfette, di trasformare il dolore in spettacolo e di continuare a esibirsi anche quando dietro il palcoscenico tutto sembra andare in pezzi.
Dall’altra, il film racconta il lato invisibile della celebrità, soffermandosi su tutte quelle figure che contribuiscono a costruire un personaggio pubblico — collaboratori, stilisti, confidenti — ma che spesso restano nell’ombra, dimenticate o persino sacrificate una volta raggiunto il successo. Lowery riflette così anche sull’ingratitudine e sulla solitudine che possono nascere all’interno di rapporti segnati dalla fama, dove i legami umani finiscono lentamente per essere schiacciati dal peso dell’immagine e dell’ambizione. Fin dalle prime sequenze, Mother Mary trasmette una sensazione di originalità rara nel panorama contemporaneo, soprattutto grazie a un impianto tecnico di altissimo livello. Lowery costruisce immagini eleganti e stratificate, sostenute da una fotografia sofisticata e da un uso delle inquadrature che dialoga continuamente con i personaggi, quasi come se la macchina da presa riuscisse a esprimere ciò che le protagoniste non riescono a confessare apertamente. Ogni ambiente, ogni luce, ogni movimento contribuisce a creare un’atmosfera sospesa e inquieta, confermando quanto il progetto avesse un enorme potenziale narrativo ed estetico. Ed è forse proprio qui che il film lascia la sensazione più grande di incompiutezza. Lowery sembra avere tra le mani una materia ricchissima — il rapporto tossico e irrisolto tra due donne consumate dalla fama, dal rimpianto e dall’abbandono — ma invece di approfondire davvero il cuore emotivo della loro relazione, preferisce disperdersi in continue deviazioni stilistiche e simboliche. Il film accenna costantemente al dolore che le ha separate, ai silenzi e agli anni trascorsi lontane, senza però dare mai piena forma drammatica a quelle ferite.

Molto viene suggerito attraverso i dialoghi e le atmosfere, ma raramente le emozioni esplodono davvero sullo schermo. Il trauma rimane evocato, trattenuto, quasi nascosto sotto la superficie estetica del film. È come se Mother Mary avesse paura di sporcarsi completamente le mani con il dolore delle sue protagoniste, scegliendo più spesso l’allusione che il confronto diretto. Eppure, nonostante le imperfezioni narrative, il film conserva un fascino difficile da ignorare. Dentro la sua struttura frammentata emergono immagini di grande forza visiva: corpi logorati dalla pressione dell’immagine pubblica, stanze che assumono l’aspetto di confessionali emotivi, abiti trasformati in corazze identitarie, concerti messi in scena come rituali quasi sacrificali. Lowery quindi non costruisce semplicemente un racconto sul mondo delle pop star, ma realizza una riflessione più ampia sull’identità contemporanea, sul bisogno costante di interpretare un ruolo e sul rischio di smarrirsi dietro l’immagine che si offre agli altri. È un film che può lasciare perplessi, a tratti persino destabilizzati, ma che senza dubbio colpisce per il coraggio con cui tenta strade poco convenzionali. Di Mother Mary si potranno discutere i limiti, gli eccessi o le incompiutezze, ma difficilmente si potrà negare la capacità di Lowery di sorprendere ancora una volta.
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