ROMA – C’è una differenza sottile tra una nomina prestigiosa e una nomina necessaria. Quella di Park Chan-wook alla presidenza della giuria della 79º Festival di Cannes appartiene decisamente alla seconda categoria. Non è solo un riconoscimento alla carriera di uno dei registi più influenti degli ultimi vent’anni. È un gesto che racconta un cambio di baricentro. Cannes, storicamente epicentro europeo del cinema d’autore, affida il proprio sguardo finale – quello che assegnerà la Palma d’Oro – a un cineasta che ha costruito la sua poetica ai margini dell’Occidente, per poi diventarne riferimento imprescindibile.
Park non è un ospite occasionale della Croisette. La sua relazione con il festival è stratificata, quasi simbiotica: dal Grand Prix per Oldboy al Premio della Giuria per Thirst, fino alla miglior regia per Decision to Leave. Ogni passaggio ha consolidato un dialogo artistico che oggi trova la sua consacrazione istituzionale. Il suo cinema, ossessivo e chirurgico, ha sempre lavorato sulle crepe: desiderio e vendetta, colpa e manipolazione, eros e crudeltà.
Film come The Handmaiden hanno dimostrato come l’estetica possa essere insieme seduzione e arma critica. Cannes, scegliendolo, sembra dichiarare una cosa molto precisa: l’autorialità non è più un recinto europeo, ma un territorio fluido, globale, stratificato. C’è anche un dato storico che pesa: Park è il primo regista sudcoreano a presiedere la giuria del festival. In un’epoca in cui il cinema asiatico – e quello coreano in particolare – ha conquistato centralità culturale e commerciale, la nomina assume il valore di una certificazione definitiva.
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