ROMA – Il prossimo fenomeno cinematografico potrebbe avere orecchie appuntite, sorriso sghembo e un passato da star del collezionismo. Sony Pictures ha infatti deciso di portare i Labubu – le celebri creature nate dall’immaginazione dell’artista hongkonghese Kasing Lung – sul grande schermo, affidando la regia a Paul King, il cineasta che negli ultimi anni ha reinventato la narrazione family grazie a Paddington e Wonka.
Si tratta di uno dei progetti più curiosi e ambiziosi dell’industria contemporanea: trasformare un oggetto di culto, passato dalle blind box Pop Mart ai feed social di mezzo mondo, in un racconto cinematografico capace di parlare a un pubblico ampio e intergenerazionale. Una scommessa perfettamente in linea con una Hollywood sempre più attratta da universi nati fuori dal cinema, pronti a diventare franchise multimilionari.
Al momento, la trama del film è avvolta dal mistero. Resta da capire se King opterà per un live-action puro o se sceglierà un equilibrio tra attori reali ed effetti digitali, soluzione che potrebbe valorizzare l’estetica “cute-creepy” dei personaggi originali. Quello che è certo è il pedigree del regista: pochi come lui hanno dimostrato di saper costruire mondi accoglienti e immaginifici senza perdere di vista l’emozione, il ritmo e la cura del dettaglio.
L’universo dei Labubu, del resto, parte già con un vantaggio: un fandom globale, un’identità visiva fortissima e una mitologia che si presta a essere ampliata. Portarlo al cinema significa inserirsi nella scia di altre operazioni transmediali – dai giocattoli ai brand culturali – che negli ultimi anni hanno conquistato botteghino e immaginario collettivo.
Un esperimento, certo. Ma anche un segnale chiaro: nel mercato pop di oggi nessuna storia nasce troppo piccola per diventare cinema.
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