ROMA – Helena Bonham Carter in travaglio, in sala parto. Accanto a lei, Tim Burton. Non le tiene la mano, non le conta le contrazioni. Ha un taccuino in mano, e disegna. Sembra una scena uscita da Big Fish o La sposa cadavere, invece è un ricordo reale: a raccontarlo è la stessa attrice nella docu-serie Tim Burton: Life in the Line. «Lui letteralmente disegna la sua vita», dice Helena davanti alla macchina da presa. «Anche se è con te, starebbe a disegnare. Anche durante i momenti più importanti». Poi arriva il dettaglio che ha fatto il giro del mondo: «Stavo avendo un bambino, e lui comunque disegnava. Letteralmente mentre partorivo. Abbiamo tutta la nostra vita disegnata». Non c’è rabbia nel suo tono, piuttosto un misto di ironia e rassegnazione affettuosa: per lei, quello non è solo un aneddoto assurdo, è la prova di come Burton non smetta mai di filtrare la realtà attraverso il disegno.
«È stata un’avventura»: 13 anni insieme tra set, figli e migliaia di disegni
Nella docu-serie, Helena riavvolge il nastro della loro storia. Ricorda di averlo conosciuto quando lui la voleva per Il pianeta delle scimmie e riassume così la relazione, iniziata nel 2001 e finita nel 2014: «È stata sicuramente un’avventura». Un’avventura fatta di due figli – Billy e Nell – e di una collaborazione artistica che ha segnato un pezzo di cinema contemporaneo: Big Fish, La sposa cadavere, Sweeney Todd, Alice in Wonderland, Dark Shadows. «Mi ha dato ruoli magnifici», riconosce l’attrice, «mi ha permesso di creare un personaggio come forse non mi era mai stato concesso prima». A un certo punto, Helena usa un’immagine che sembra una battuta romantica e invece è quasi letterale: «Abbiamo attraversato migliaia di disegni prima di decidere di chiudere». Quegli sketch, spiegano lei e la regista Tara Wood, sono la cronaca parallela della loro vita: viaggi, giornate sul set, momenti felici e rotture, tutto finisce – prima o poi – su un foglio.
«Danza nell’aria»: il ritratto di un uomo che trova terra solo sul foglio
Bonham Carter non si limita a raccontare gli episodi, prova a definire l’essenza del suo ex compagno. «Tim danza nell’aria», dice. Una creatura perennemente sospesa, piena di energia da incanalare da qualche parte. «Finché può incanalare quell’energia in qualcosa, su una linea sulla pagina, quello è il suo punto d’appoggio». Per lei, in quelle linee c’è «vita reale». Spirali, cuciture, puntini, figure allungate: «I suoi simboli, la spirale, i segni di cucitura, le righe… le persone si riconoscono in tutto questo. È tutto quello che vuole: continuare a disegnare, creare, fare un film, scarabocchiare su un tovagliolo». È la stessa idea che torna nelle parole della regista Tara Wood e in altre interviste collegate al documentario: Burton, spiegano, «si disegna il mondo intorno», lo fa letteralmente nascere dalle sue illustrazioni, un tratto dopo l’altro. Da qui il titolo della serie, Life in the Line: la vita in una linea.
Dal travaglio ai taccuini: quando la vita privata diventa parte dell’opera
L’aneddoto della sala parto funziona perché è estremo e quasi comico, ma anche perché tocca un nodo universale: quanto può essere invasiva l’ossessione creativa nella vita privata? Helena non si nasconde dietro giri di parole. Racconta che ha esitato a lungo prima di accettare di partecipare al documentario; temeva, dice la regista, un’esposizione troppo morbosa del loro rapporto. È stata convinta solo quando ha capito che il focus sarebbe stato «il processo e l’arte», non il gossip. Dentro questo contesto, il ricordo del parto non è tanto un’accusa, quanto una fotografia: Burton è fatto così. «Anche se è con te, starebbe a disegnare», ripete lei. Che si tratti di un momento qualsiasi o di uno dei più intensi dell’esistenza – come la nascita di un figlio – il gesto è sempre lo stesso: aprire il taccuino, lasciare che la mano vada, trasformare la realtà in segni.
Un amore finito, un immaginario che resta
Oggi Burton e Bonham Carter non stanno più insieme, hanno altre vite e altre relazioni, ma il racconto che emerge da Life in the Line è sorprendentemente privo di livore. L’attrice parla di lui con franchezza, a volte con sarcasmo britannico, quasi sempre con rispetto. «Lui disegna letteralmente il suo modo di attraversare la vita», riassume. E nel dirlo sembra riconoscere che, nel bene e nel male, quel modo ha plasmato anche la sua: perché Tim non ha solo creato personaggi per lei, l’ha «disegnata» dentro un universo visivo che il pubblico associa immediatamente al suo volto. Il travaglio, la gioia, le crisi di coppia, il lavoro sul set: tutto è destinato, prima o poi, a finire su un foglio. E forse è proprio questo – più ancora dei capelli spettinati e dei personaggi gotici – il vero marchio di fabbrica del regista.
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