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PREVIEW I Brunello, il visionario garbato: il nuovo documentario di Giuseppe Tornatore

Un laboratorio di bellezza, tra artigianato, comunità e visione. Dal 9 dicembre al cinema

Una scena tratta dal documentario

ROMA – Ci sono storie che sembrano già scritte nelle pieghe di un territorio, nei gesti minimi, in un’idea di bellezza che non ha bisogno di spiegazioni. Altre, invece, trovano la loro forma solo quando qualcuno decide di ascoltarle davvero. E solo dopo, raccontarle. Brunello, il visionario garbato, il nuovo documentario che Giuseppe Tornatore dedica a Brunello Cucinelli, appartiene a queste seconde storie: quelle che sembrano semplici, lineari, quasi prevedibili — finché il cinema non le rivela nella loro profondità inattesa. Tornatore sceglie di non raccontare un imprenditore, ma un pensatore che ha trasformato un borgo umbro in un laboratorio etico ed estetico.

Non un ritratto agiografico, né un’operazione di immagine: Brunello, il visionario garbato è il tentativo di entrare nel cuore di una filosofia che tiene insieme impresa e umanesimo, profitto e dignità, artigianato e futuro. Il regista ritorna così a una dimensione che gli è affine dai suoi primi anni di vita: l’osservazione paziente di un mondo in cui il lavoro diventa visione e la comunità diventa fondamento. Girato tra Solomeo, le colline umbre e gli spazi silenziosi che ospitano la “Filosofia della bellezza” di Cucinelli, il film alterna materiali d’archivio, riprese originali e una serie di conversazioni che restituiscono il carattere del protagonista: la voce calma, lo sguardo che unisce concretezza e idealismo, la convinzione che l’impresa possa essere un luogo di armonia e di responsabilità. Tornatore non spinge mai sul mito (non lo aveva fatto neanche per Ennio Morricone), ma si muove intorno a un’idea precisa: capire perché, in un’epoca di accelerazioni continue, Cucinelli abbia scelto la via lenta e solida dell’artigianato come forma di futuro. Riuscendoci.

Giuseppe Tornatore sul set

In questo la costruzione del documentario è meticolosa, quasi musicale. Il film si presenta senz’altro come uno dei titoli documentari più attesi delle prossime settimane, lontano dalla  ricerca la retorica dell’“uomo del miracolo”, preferendo quasi una strada più complessa, forse tortuosa: indagare la coerenza tra pensiero e pratica, tra il sogno e il lavoro che serve a sostenerlo. In questo senso, Brunello, il visionario garbato diventa anche un racconto sull’Italia che prova a reinventarsi senza rinnegare la propria radice artigiana, sul valore del tempo nella produzione culturale ed economica, sul confine sottile tra impresa e visione. Esiste ancora un modo “garbato” di immaginare il futuro, un sistema di pensieri, un modo preciso di stare al mondo. In questo c’è forse la cosa più semplice da comprendere e più difficile da praticare: la grazia come forma di lavoro quotidiano.

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