ROMA – In un panorama cinematografico in continua trasformazione, la Settimana Internazionale della Critica – sezione autonoma e indipendente della Mostra del Cinema di Venezia – si conferma laboratorio sensibile e avamposto per le visioni del futuro. Al centro di questa traiettoria c’è Beatrice Fiorentino, curatrice e dal 2021 direttrice artistica della SIC, recentemente riconfermata alla guida del progetto per il triennio 2025–2027.Con uno sguardo attento all’innovazione linguistica e alle urgenze del presente, Fiorentino ha saputo costruire una selezione che dà voce a nuove generazioni di registi, spesso esordienti, capaci di raccontare il mondo con forme inedite, intime, radicali.

Un’eredità improvvisa, dal 2021 fino ad ora e per il prossimo triennio
«L’inizio, oltre quattro anni fa, è stato un po’ rocambolesco – racconta la Fiorentino ad Hot Corn -, perché in verità è capitato tutto all’improvviso. La notizia ci ha raggiunti letteralmente la sera per il mattino dopo. Eravamo in mezzo ai due anni di pandemia e c’era una squadra da rimettere in piedi; quindi in un certo senso si sentiva la necessità di ripartire da zero. Ad oggi però sono orgogliosa di poter mantenere un’identità, una tradizione: la ricerca artistica e il dibattito ideologico.»
Reinventare la SIC, senza snaturarla
«Il mondo intorno cambia così rapidamente che mi sembrava fosse necessario un cambio d’abito. Essere nuovamente presenti con uno spirito proprio punk. Abbiamo cambiato la sigla, cercato di andare verso un tipo di programmazione che non fosse mai respingente. Mi sono anche circondata di persone che mi hanno aiutata a comunicare questo spirito da un lato resistente, indomito, fedele alla linea e dall’altro molto moderno. L’immagine di quest’anno è proprio quella cosa lì: mettere in dialogo la nostra storia, il nostro passato. E poi però dire: abbiamo 40 anni ma siamo ancora una sezione molto fresca, abbiamo ancora voglia di fare casino (sorride, ndr)»

Il ruolo dei festival oggi
«I festival sono fondamentali perché rafforzano l’idea di comunità. Cannes, Venezia, Berlino, Locarno sono quelli che dettano la linea su quello che è il cinema contemporaneo. I festival più piccoli è come se offrissero un naturale circuito distributivo di qualità parallelo a quello della distribuzione in sala. Oggi la distribuzione è sempre più complessa e la partecipazione ai festival – anche minori – è un modo per dire di poter girare con il proprio film».

Giovane cinema italiano: luci tra le difficoltà
«Quest’anno posso ritenermi molto fortunata, ma la fortuna in realtà non esiste, perché sapevo che sarebbe stato un anno molto complicato. Veniamo da due anni difficili, in cui le produzioni hanno avuto tutti i problemi del mondo: i set fermi, il problema con il tax credit e via dicendo. Mi aspettavo che a questo punto arrivasse il colpo di coda. In realtà quest’anno noi abbiamo due titoli italiani in concorso. Sono entrambi film italiani dal respiro enormemente internazionale, cioè entrambi i film, in modo completamente diverso uno dall’altro, si inseriscono perfettamente in quello che è il puzzle del cinema contemporaneo. A dispetto di tutte le difficoltà, degli sgambetti, dei problemi che sono tanti e vanno risolti la voglia di fare cinema resiste. C’è questa idea romantica per cui il creativo fa le cose… ma paghiamo tutti le bollette e abbiamo tutti quanti un mutuo da pagare. Questo è un lavoro per tante persone, c’è una filiera industriale da rispettare, sempre».
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