ROMA – Con Una sconosciuta a Tunisi, Mehdi M. Barsaoui torna a raccontare la complessità del vivere – e sopravvivere – nella Tunisia di oggi. Dopo l’acclamato Un figlio, il regista tunisino firma un film profondo e coraggioso che esplora le seconde possibilità, il bisogno di reinventarsi e le pressioni invisibili che gravano sulle donne. Protagonista è Aya, una trentenne intrappolata in una quotidianità soffocante, che trova nella morte – o meglio, nella finzione di essa – l’unico modo per cominciare a vivere davvero. Un racconto intimo e politico, in cui Tunisi diventa teatro e specchio del desiderio di libertà. Di seguito la nostra intervista.

Come è nata l’idea di Una sconosciuta a Tunisi? Cosa l’ha ispirata?
«L’idea è nata durante la promozione del mio primo film, Un figlio. In quel periodo ho sentito parlare di un fatto di cronaca: una ragazza sulla ventina aveva deciso di fingere la propria morte per testare l’amore dei suoi genitori. Un gesto disperato, ma anche incredibilmente coraggioso. Inizialmente non pensavo che sarebbe diventata la base del mio secondo film, finché, insieme a mia moglie, abbiamo scoperto che saremmo diventati genitori. A quel punto ho cominciato a pensare al padre di quella ragazza. E se un giorno mia figlia facesse qualcosa di simile? Da lì è nata la domanda al centro del film: è possibile fingere la propria morte per cominciare davvero a vivere?»
Il film esplora il tema delle seconde possibilità, ma anche quello della fuga. Per lei, la fuga è un atto di liberazione o di disperazione?
«Nel film, la fuga è innanzitutto un atto di disperazione. Aya, all’inizio, è completamente sopraffatta dalla sua realtà: non vede vie d’uscita, non riesce a parlare con i genitori, non riesce a esprimersi. Fuggire diventa per lei l’unica soluzione per emanciparsi. Ma il cuore del film è proprio questo: il percorso di una donna che, dopo essere fuggita, impara ad affrontare ciò da cui stava scappando. La fuga, in un certo senso, le permette di trovare il coraggio che prima non aveva.»

In che modo la città di Tunisi diventa un personaggio del film, quasi specchio delle contraddizioni della protagonista?
«Tunisi è la città dei sogni per Aya, il luogo dove immagina di poter vivere una vita libera. All’inizio del film, quando ci arriva, Tunisi appare bella, colorata, piena di promesse. Ma man mano che la storia avanza, la città cambia con lei: diventa cupa, minacciosa, quasi ostile. Tunisi riflette l’evoluzione interiore della protagonista, passando da simbolo di speranza a specchio delle sue paure.»
Il film mostra le pressioni sociali che gravano sulle giovani donne tunisine. Quanto è cambiata, secondo lei, la condizione femminile nel Paese negli ultimi anni?
«La condizione femminile in Tunisia è rimasta abbastanza stabile negli ultimi quindici anni. I cambiamenti più significativi sono avvenuti tra la fine degli anni Novanta e l’inizio degli anni Duemila. Oggi, la donna tunisina è tra le più libere del mondo arabo – forse la più libera – ma restano molte cose da migliorare. Il problema, però, non riguarda solo le leggi o i diritti formali: è una questione di mentalità. Ed è proprio su questo che, secondo me, bisogna ancora lavorare molto.»

C’è una riflessione implicita sul tema dell’identità: quanto è pericoloso, o necessario, reinventarsi completamente per sopravvivere in certi contesti?
«Assolutamente. Quando ho cominciato a scrivere il film, mi chiedevo spesso perché in Tunisia si sopravviva invece di vivere. Dopo gli attentati, la crisi economica, la rivoluzione del 2011, il Paese è entrato in un periodo buio che ancora non è del tutto superato. In questo contesto, reinventarsi può essere una necessità, una forma di resistenza. Ma è anche molto pericoloso, perché implica la cancellazione di sé, di chi si è stati. Nonostante tutto, voglio restare ottimista: credo che arriveranno giorni migliori. Ma per molti, oggi, sopravvivere è l’unico modo per continuare a camminare.»
Qual è stata la più grande sfida produttiva nel realizzare questo film, soprattutto considerando il contesto politico?
«Più che il contesto politico, la sfida è stata la produzione stessa. Una sconosciuta a Tunisi è un film abbastanza costoso, soprattutto per gli standard tunisini. La scena dell’incidente, ad esempio, è stata girata interamente senza effetti speciali in post-produzione: abbiamo davvero fatto precipitare un pullman da una montagna. È stato un lavoro enorme, girato in tre giorni, e tutto il piano di lavorazione è stato organizzato intorno a quella sequenza. Ma per me era fondamentale: è la scena che dà inizio a tutto, quella che mette in moto la storia. Senza l’incidente, il film non esisterebbe. Dovevo vederlo, dovevo mostrarlo, perché solo così potevo raccontare davvero il viaggio di sopravvivenza di questa donna.»
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