ROMA – Kelly Reichardt osserva sempre. E nel farlo ci costringe a guardare meglio. Dopo First Cow e Showing Up, la regista americana torna con The Mastermind, scritto e diretto da lei, presentato in concorso a Cannes e in uscita nelle sale italiane il 30 ottobre con MUBI. Un film che trasforma un furto d’arte in un ritratto intimo e politico di un Paese – e di una generazione – sull’orlo della disillusione. Ambientato nel Massachusetts dei primi anni Settanta, The Mastermind segue un uomo, interpretato da Josh O’Connor, travolto da un colpo finito male che si trasforma in un percorso di colpa e consapevolezza. Attorno a lui, Alana Haim e John Magaro, volti familiari dell’universo ipnotico di Reichardt. L’abbiamo incontrata a Roma, dove la regista ha parlato di arte, politica e fragilità con la calma lucida di chi continua a credere che il cinema possa ancora essere un atto di resistenza.
TUTTO È NATO DA UN ARTICOLO – «La storia nasce da un articolo che lessi qualche anno fa», racconta Reichardt. «Era il cinquantesimo anniversario di un gruppo di adolescenti coinvolti in una rapina a Worcester, nel 1972. Stavano lavorando a un progetto scolastico e si sono ritrovati dentro un vero furto d’arte. Mi affascinava la loro ingenuità, quella linea sottile tra curiosità e colpa». Per la regista, il film non è mai stato un heist movie, ma un viaggio morale. «Avevo una collezione di articoli su furti d’arte accumulata in dieci anni. Da lì è nata l’idea: raccontare come un gesto impulsivo, quasi banale, possa cambiare tutto. The Mastermind non parla di criminali, ma di persone che scoprono quanto sia facile sporcarsi le mani».
L’AMERICA HA SMESSO DI SOGNARE – Come spesso accade nel suo cinema, il contesto diventa personaggio. «Abbiamo ambientato il film nell’autunno del 1970», spiega. «È il momento in cui l’America entra in Cambogia, dopo Kent State, quando l’utopia degli anni Sessanta comincia a sgretolarsi. Mi interessava quella sensazione di fine, quel momento in cui la speranza diventa disincanto». Ogni dettaglio è frutto di un lavoro minuzioso: «Con Amy Roth ai costumi e Christopher Blauvelt alla fotografia abbiamo cercato di essere precisi, non nostalgici. Abbiamo registrato il suono in mono, come si faceva all’epoca, e Rob Mazurek ha composto la colonna sonora usando strumenti originali. Volevamo che lo spettatore sentisse l’aria di quegli anni, non solo la vedesse».
JOSH O’CONNOR E IL PESO DEL PRIVILEGIO – Il protagonista di The Mastermind è diverso dai personaggi marginali che popolano il cinema di Reichardt. «Josh interpreta il mio primo personaggio davvero privilegiato», confessa. «È un ragazzo che ha tutto, ma non sa cosa farsene. Critica il suo mondo, ma ne approfitta in ogni istante. Mi interessava quella contraddizione: la ribellione che nasce dal benessere e che finisce per riprodurlo».
LA LENTEZZA È UNA FORMA DI RESISTENZA – In The Mastermind, ogni immagine sembra respirare. «Con Chris Blauvelt abbiamo cercato una fotografia che avesse corpo e tempo», spiega Reichardt. «La luce d’autunno è un personaggio del film: la senti, la tocchi, la riconosci. Amo i film che ti costringono a rallentare. In un’epoca che ha paura del silenzio, la lentezza è un atto politico».
LA MUSICA È UN DIALOGO – Anche la musica diventa linguaggio. «Ho lavorato con Rob Mazurek, un trombettista straordinario. Prima di conoscerlo, usavo già i suoi brani mentre scrivevo, insieme a pezzi di Sun Ra o Pharoah Sanders. Poi ci siamo incontrati e abbiamo iniziato un lungo scambio: gli mandavo le scene, lui mi rispondeva con nuove tracce. La musica non accompagna le immagini: le attraversa. È il respiro del film».
NON RACCONTO EROI, MA ESSERI UMANI – Alla fine dell’intervista, le chiediamo se The Mastermind sia un film politico. Reichardt riflette per un istante, poi sorride. «Non so se faccio film politici. So che vivo in un mondo politico. E quello che vedo finisce inevitabilmente nelle mie storie. Non voglio spiegare la realtà, voglio mostrarne le crepe. The Mastermind parla di un uomo che non sa più chi è, in un Paese che non sa più cosa vuole. E forse è proprio lì, nella confusione, che possiamo ritrovare un po’ di verità».
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