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Terence Hill: «L’Almería e il mio lungo viaggio circolare. Tra Bud Spencer e Henry Fonda»

Il suo nuovo film, Il mio nome è Thomas, arriva su CHILI e l’attore si racconta a Hot Corn

MILANO – Esterno giorno. Almería, Spagna. Un uomo parla con alcune persone. Poi, ad un certo punto, riceve una telefonata e si allontana. Non è una chiamata come le altre, non è una notizia come tante. «Era Giuseppe Pedersoli, il figlio di Bud Spencer». È il 27 giugno del 2016 e Terence Hill è in Spagna, sul set, per girare un nuovo film: Il mio nome è Thomas. «E in quel momento, in quel preciso momento», ricorda oggi, seduto in un angolo di un hotel milanese, «ho realizzato che la prima volta che avevo conosciuto Bud era stato proprio in Almería. Fu nel 1967, sul set di Dio perdona… io no! Si era chiuso il cerchio. Per questo ho voluto dedicare Il mio nome è Thomas proprio a Bud». Cinquant’anni di vita, cinquant’anni di amicizia, un viaggio che dall’Almería avrebbe portato i due ovunque, dalla Colombia alla Germania fino alla cima del mondo.

Terence Hill in Il mio nome è Thomas – Me ne vado per un po’.

Oggi Terence Hill ha 79 anni, ne dimostra almeno quindici di meno mentre ricorda e racconta Il mio nome è Thomas, ritorno alla regia e al cinema dopo vent’anni, un film che arriva ora in Dvd, Blu-ray e in digital su CHILI, titolo a cui tiene particolarmente. «Però al titolo ci aggiunga anche Me ne vado per un po’. Ci tengo», spiega serio, «I produttori hanno voluto chiamarlo Il mio nome è Thomas per richiamare Il mio nome è Nessuno, ma io non ero d’accordo». Nel film, Hill interpreta Thomas, un solitario che, in sella alla sua Harley Davidson, parte per un viaggio verso l’Almería per meditare sulle pagine di un libro che ama profondamente: Lettere dal deserto di Carlo Carretto. Incontrerà però Lucia (Veronica Bitto), una ragazza nei guai che aiuterà.

Veronica Bitto e Hill sul set in Almería.

Trinità, Renegade, ora Thomas: come spesso accade nei suoi film, anche qui il suo è un personaggio solitario, un irregolare che non ama troppo la compagnia.

«In realtà è un tipo di personaggio che interpreto quasi istintivamente e che, inevitabilmente, mi assomiglia. Ho vissuto quasi trent’anni in America, e non abitavo a Hollywood, ma in un paesino di duemila abitanti nel Massachusetts, lontano da tutto. Credo che quando una cosa viene naturale è quasi sempre vera. Fu Sergio Leone a dirmi di fidarmi del mio istinto. Eravamo sul set de Il mio nome è Nessuno, nel 1973, e mi spiegò quanto fosse importante l’epicità dei personaggi. Lui amava molto l’epica e la figura del solitario, il vagabondo che nessuno sa da dove arriva né dove andrà. Anche a me piace molto quell’idea, in fondo anche Don Matteo è un solitario e quando qualche sceneggiatore suggerisce di aggiungergli un fratello o una sorella mi oppongo sempre (ride, nda)».

Con Henry Fonda ne Il mio nome è Nessuno. Era il 1973.

Era il 1951 quando Dino Risi la scoprì e la portò sul set di Vacanze col gangster. Lei aveva 12 anni. Quanto è stato lungo il viaggio?

«Molto. È stato un percorso lungo, in cui, film dopo film, ho cercato di trovare la semplicità e la verità nella recitazione. Più invecchi e più capisci cosa non devi fare. Ricordo che, sempre sul set de Il mio nome è Nessuno, un giovane attore andò da Henry Fonda e gli chiese se invecchiando fosse più facile recitare. Lui lo guardò e gli disse: “No. Diventa sempre peggio”. Aveva ragione. Invecchiando si diventa più coscienti. Anche dei propri limiti…».

1951, sul set di Vacanze col gangster. Terence Hill è ancora Mario Girotti.

Ma quando iniziò nel 1951 si aspettava tutto quello che è venuto poi?

«No, no. Anche perché – sinceramente – non ho scelto di fare l’attore. Risi mi scoprì in una piscina di Roma e io mi ritrovai a fare l’attore per caso. All’epoca la mia famiglia non se la passava troppo bene economicamente quindi il mio aiuto era fondamentale. Ma andare in scena era una tortura. E poi non potevo avere una vita regolare, perdevo la scuola, non avevo amici ed ero costretto a fare ripetizioni. Un’esperienza che mi cambiò molto. Poi arrivò Trinità. E cambiò tutto».

Con Bud Spencer in Lo chiamavano Trinità. Siamo nel 1970.

E perché?

«Perché improvvisamente trovai una corda comica che non sapevo di avere. Quando uscì Lo chiamavano Trinità... – era il Natale del 1970 – il regista, Enzo Barboni, decise di andare in giro per l’Italia, sala per sala, a vedere la reazione della gente. Un giorno mi chiamò da Milano e mi disse che la gente era impazzita, rideva per tutto il film, batteva i piedi per terra dal divertimento. “Ma come?”, dissi, “Ma io mica faccio ridere”. E invece sì. Era come se a un certo punto mi fosse uscita la mia parte materna: mia madre Hildegard era tedesca, di Dresda, ma era molto più divertente di mio padre, che era italiano. Così da Trinità in poi mi sentii più leggero. E fu tutto più facile».

In Spagna, sul set de Il mio nome è Thomas.

Il mio nome è Thomas segna il suo ritorno al cinema a oltre vent’anni da un inedito, Potenza virtuale, e addirittura a ventiquattro da Botte di Natale. Com’è stato?

«Una vacanza (ride, nda). Venendo dalla televisione e da Don Matteo ero abituato a girare anche otto pagine di sceneggiatura in un giorno. I tempi sono molto stretti, si corre sempre. Per Il mio nome è Thomas giravamo invece due pagine al giorno, con calma. Quindi è stata una gioia. In realtà ho deciso anche di girare il film, non solo di interpretarlo, perché sentivo molto l’argomento, lo avevo addosso, era mio. Nessuno avrebbe potuto girarlo per me. E poi qui a rendere l’esperienza ancora più unica c’è stato il ritorno in Almería, dove avevo girato con Bud film come Dio perdona io no e La collina degli stivali. In realtà il film doveva essere girato in Algeria perché era lì che andò Carlo Carretto, ci rimase per dodici anni. L’Algeria però non era sicura e abbiamo puntato l’Almería. Non ci tornavo da anni…».

Su CHILI oltre a Il mio nome è Thomas, trovate alcuni dei migliori film con Terence Hill, da Nati con la camicia a Non c’è due senza quattro.

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