ROMA – C’era una volta il Festival di Sanremo. Si, il Festival della canzone italiana: un Festival capace di tenere insieme gli italiani difronte la Tv e persino quello snobismo anticonformista, negli ultimi tempi, aveva ceduto alla così detta “settimana santa”. Cinque sere di tregua nazionale, come un armistizio musicale in cui l’Italia si riuniva per guardare il Festival. Dove il palco dell’Ariston non era solo vetrina, ma tempio, memoria, responsabilità culturale e musicale. Un luogo in cui la musica trovava casa, dove ogni nome in cartellone era frutto di selezione, visione e rispetto. Poi è arrivato l’annuncio del cast 2026 e all’improvviso quella sensazione: “Ok, chi ha spento la magia?” L’annuncio del cast fatto da Carlo Conti al TG1 ha lasciato più interrogativi che entusiasmo. Come quando si scarta un pacco enorme con tutta la voglia e il desiderio di scoprire cosa c’è dentro, peccato che dentro, c’è un altro pacco, più piccolo. E poi un altro. E poi un altro ancora. E alla fine il regalo è solo tanta carta.

Purtroppo molti nomi risultano sconosciuti al grande pubblico, figure che non hanno ancora storia, né percorso, né identità riconosciuta. Il problema non sono i giovani, mai. Non si contesta il nuovo, anzi: Sanremo è sempre stato anche laboratorio. Si contesta l’ignoto, la sensazione che dietro la “novità” si nasconda non una scelta artistica, ma un compromesso industriale. Troppi debutti, troppe incursioni improvvise, troppi nomi che sembrano inseriti “perché sì”, come caselle completate a tavolino in un gioco che odora più di contratto che di musica. Il nuovo corso ha il sapore di un Festival che procede a tastoni, guidato più dalla necessità di accontentare tutti che da un’idea chiara di cosa Sanremo debba essere. Carlo Conti, nell’intento dichiarato di voler “aprirsi a tutti”, sembra aver confuso inclusione con dispersione, il suo Festival appare come un grande contenitore dove tutto entra, purché faccia numero.
L’aumento dei Big, l’accettazione di centinaia di candidature, tutto contribuisce a dare l’idea di un Festival che non tutela, ma cede. Fa male dirlo, ma basta guardarsi indietro. I Maneskin sul tetto del mondo.Giorgia in gara dopo 22 anni. Ultimo che mette da parte i rancori e torna all’Ariston.E poi Anna Oxa, Marco Mengoni, Paola e Chiara. Persino Bugo è riuscito a tornare! Era Sanremo, ma era anche un po’ di magia. Il Festival era tornato a essere un evento forte, riconoscibile, con una narrazione chiara: riportare la musica italiana al centro del discorso nazionale. Un linguaggio comune e non comune denominatore di tutto. Oggi, quella strada sembra per certi aspetti essere interrotta. Sanremo non deve solo stupire: deve emozionare. La nostra canzone non nasce dalle classifiche. Nasce dalle voci, dalle storie, dalla pelle d’oca ma soprattutto nasce dalla storia di chi l’ha fatta e scritta. Il Festival è arrivato alla 77ª edizione non perché ha rincorso le mode, ma perché ha saputo celebrare una memoria condivisa. Pippo Baudo, il maestro Beppe Vessicchio, l’immensa Ornella Vanoni: non erano solo presenze: rappresentavano. Erano patrimonio, quel patrimonio che deve essere tutelato a tutti i costi. Oggi, mentre scorriamo il cast e diciamo “ma chi è?”, “chi?”, “e questo?”, non stiamo criticando loro — i giovani artisti — stiamo criticando l’assenza di una regia culturale.
E anche se c’è in gara un nome come quello di Patty Pravo non basta a pareggiare i conti. Perché un Festival senza memoria è come una canzone senza ritornello: non resta. L’Italia merita un Festival che non tema il proprio passato, ma che lo onori. Che accolga il nuovo, ma lo filtri con responsabilità. Che ricordi che Sanremo non è un casting: è un patrimonio culturale. Sicuramente a febbraio nonostante tutto ci ritroveremo come sempre incollati davanti la tv a guardare il Festival. Sicuramente non mancheranno i talenti ma per adesso manca la scintilla. Sanremo non è un evento qualunque, è un pezzo di noi: è la storia della musica italiana ma anche di quelle sere in cui l’ italia smette di essere una somma di individui e torna un popolo che canta, commenta, si arrabbia, si commuove, si riconosce. Forse non sappiamo perché accade ma sappiamo che accadrà perché, in fondo, Sanremo è Sanremo!
LEGGI ANCHE
OPINIONI I Pasolini fra cinema e teatro di poesia
PREVIEW I Brunello, il visionario garbato: il nuovo documentario di Giuseppe Tornatore
«Disegnava anche mentre partorivo»: la confessione di Helena Bonham Carter su Tim Burton





Lascia un Commento