ROMA – Perché Gino non è stato soltanto note, ma un certo modo di abitare l’amore, il tempo, la nostalgia. È stata una voce libera anche quando il mondo chiedeva compromessi, capace di arrivare senza consumarsi. Gino era un bohémien figlio del proletariato. Viveva a Genova in una soffitta con una gatta e i sogni in tasca. Era scorbutico, ribelle, imperfetto. Aveva mille difetti, eppure nessuno come lui ha avuto il coraggio di mettersi profondamente a nudo con l’amore. Era un poeta, sì, ma di quelli che non si dichiarano tali: che osano, che scrivono come si respira, come si ama, come si perde. C’è in Paoli un modo di amare che non conosce confini né misura. Un amore totale, assoluto, che non resta nelle canzoni ma attraversa la vita stessa. Un amore vissuto senza confini. La sua storia lo racconta senza bisogno di enfasi a cominciare dal legame profondo con Ornella Vanoni fatto di vicinanza artistica ed emotiva. S’incrociarono un giorno dando inizio a una lunga storia d’amore.
Lui per lei scrisse “Senza Fine”, poi la vita li portó a separarsi e, ognuno per la sua strada, andarono a fare la storia della musica italiana. Malinconico e anarchico, Gino vive un’altra relazione intensa e tormentata con Stefania Sandrelli. Vissuta con quella stessa forza istintiva e irregolare che attraversa molte delle sue canzoni. A lei dedicó “Sapore di Sale”. Anche qui, un amore vissuto fino alle conseguenze della paternità, fino alle fratture, fino agli eccessi lasciando segni concreti e dolorosi: come una pallottola nel petto. In Paoli non c’era distinzione tra vita e sentimento: tutto era attraversato dalla stessa urgenza emotiva. Amare, per lui, significava non trattenersi mai. Gino Paoli rappresentava un romanticismo essenziale, fatto di silenzi, attese e verità emotive non filtrate. Nelle sue parole c’è sempre stato un amore che non si può trattenere, ma nemmeno smettere di sentire. Un amore che ti prende, ti lascia e poi, senza logica, ti resta addosso. Eppure un grande amore, per quanto raffinato o intellettuale che sia, si manifesta inevitabilmente anche a livello fisico.
Molti sanno che lo spunto in “Il cielo in una stanza” nacque dall’incontro con una prostituta in una casa chiusa, ma in pochi ne conoscono il vero significato. Con questa canzone Gino Paoli vuole descrivere un vertice assoluto di intensità emotiva: un vero e proprio orgasmo. Per lui l’atto d’amore è qualcosa di più alto, fino a un senso di astrazione e di intensa violenza emotiva capace di portare al cielo. È questo il senso più profondo: descrivere l’atto d’amore nella sua bellezza e nella sua perdizione. Un’esperienza così potente da trasformare addirittura una triste stanza di un casino, in una cattedrale di alberi infiniti, con la forza di aprire ogni porta fino a squarciare il tetto e lasciare entrare il cielo. Un momento in cui si perde il controllo, sei il tutto e sei il niente, perchè certe emozioni sono assolutamente inafferrabili. Forse è proprio questo che ci ha insegnato, senza mai voler insegnare: che l’amore non è qualcosa da gestire. È qualcosa da non capire, da vivere, da perdere.
Gino Paoli un poeta ribelle, sì, ma soprattutto un uomo vero, che non ha mai mentito all’amore. Ed è per questo che oggi fa così male salutarlo: perché certi artisti non raccontano soltanto canzoni, ma il coraggio di non tradire ciò che sentiamo.
LEGGI ANCHE
BIF&ST DIGITAL DAILY BY HOT CORN – DAY 6
Addio a Gino Paoli, poeta della canzone italiana
INTERVISTE I Devozioni, Pannone si racconta: il sacro nel mondo di oggi e il documentario





Lascia un Commento