ROMA – Si può raccontare la storia di un uomo qualunque, nel west? Certo che sì. Soprattutto se -come nel caso di questo Train Dreams- la scelta è quella di collocare il racconto tra la fine dell’Ottocento e il primo Novecento, ambientazione temporale entro cui per tradizione consolidata -almeno da I compari di Altman (1971) in poi- il genere non solo si colloca lontano dell’epopea del mito fondativo, ma non prova più nessuno orgoglio per quelli che fino agli Anni ’50 e ’60 avrebbe chiamato eroi. Del resto, intorno al 1890 la corsa all’Ovest si era di fatto conclusa con l’ingresso nell’Unione degli ultimi stati del Pacific Northwest (Montana, Oregon, Idaho, Washington), quindi la conquista propriamente detta -quella territoriale, morale e civile che aveva bisogno dei suoi eroi- aveva lasciato spazio ad una più complessa e stanziale opera di modernizzazione, stabilizzazione e industrializzazione delle aree più recentemente ammesse dagli Usa nella loro federazione. Non è un caso, allora, che il protagonista assoluto del film, il falegname Robert Grainier (un bravo e concentrato Joel Edgerton), sia cresciuto proprio nell’Idaho, ex Stato di frontiera ormai inglobato nelle dinamiche di nation-building e passaggio obbligato per le nuove ferrovie che vogliano raggiungere l’Oceano Pacifico e l’Oregon. Uno Stato tra valli e monti in cui non servono valorosi combattenti e pistoleri, ma lavoratori stagionali che costruiscano le infrastrutture necessarie. Uomini qualunque, appunto, che partecipino in massa all’edificazione del nuovo mondo vendendo il loro lavoro.

Il nostro Robert Grainier, però, non è uomo qualunque nel senso sociologico del termine: egli è piuttosto un uomo comune archetipico, che rappresenta un individuo in purezza, un uomo-soggetto in quanto tale, privo di forti determinazioni storico-culturali; Robert non ha famiglia (non sa chi siano i suoi genitori), non ha una patria da difendere (è stato mandato a Fly da bambino, non ha legami con la terra in cui vive), non ha collocazione politica, e non si percepisce parte di una classe sociale particolare. È solo un uomo. Un individuo heideggerianamente gettato in un qui-ed-ora senza apparente motivazione, che vive alla giornata alla ricerca di un senso da dare alla vita che si deve costruire. La domanda chiave a cui cerca di rispondere il film, insieme con il suo protagonista, sembra essere questa: come si fa a capire come vivere in un mondo di cui non si comprendono le regole? Che tipo di atteggiamento dovremmo avere di fronte a ciò che non sapremo mai? E così, dopo una fanciullezza da osservatore e un’adolescenza vissuta «senza interessi né direzione», è l’istinto (sessuale) a trascinarlo sulla la via da seguire: l’incontro casuale con Gladys (Felicity Jones) lo attrae e i due si accomodano in una semplice e umanissima esistenza fatta di casa auto-prodotta in mezzo al bosco e in riva al fiume, tranquillità del focolare, prole in arrivo e un lavoro (di lui) finalizzato al puro sostentamento. Ma dopo qualche anno, proprio tornando da una delle sue stagioni lavorative, il protagonista fa esperienza del più drammatico dei traumi, perdendo casa, moglie e figlia in un devastante incendio boschivo tipico di quelle zone, specie da quando il graduale disboscamento sta allargano gli spazi d’aria tra gli alberi favorendo l’ingresso dei venti e l’estensione del fuoco. Ai lettori più attenti, questa descrizione avrà ricordato l’incipit de Il texano dagli occhi di ghiaccio (di cui abbiamo già parlato qui), ma in questo caso la reazione del protagonista al dolore è del tutto diversa: Robert non cerca una motivazione per sopravvivere alla disgrazia nel desiderio di vendetta o nella ricerca di un capro espiatorio a cui assegnare la responsabilità dell’accaduto, egli tace, soffre, e si fa pensieroso, alla ricerca una nuova narrazione per la sua vita, un nuovo modo di interpretare se stesso come individuo. Niente odissee, niente vagabondaggi, solo una nuova solitudine profondamente e umanamente disperata, sospesa nuovamente nella ricerca del modo di stare in un mondo che non sappiamo leggere. Come si può continuare a vivere quando tutte quello a cui avevi consegnato il significato della tua esistenza non c’è più?

A questo punto il film si fa western esistenziale (ma non esistenzialista), perché di fatto smette di raccontare una storia in cui al centro ci sono degli eventi, incominciando a raccontare una (intera) esistenza, avendo come fulcro della narrazione le modalità dell’esserci e l’accettazione dell’esistere. Ad opprimere Robert non è un nemico con cui poter ingaggiare un duello, né una società in cui emanciparsi o da cui ribellarsi: è la sua stessa natura, il fatto stesso di essere un uomo. È per questo che Train Dreams ripropone la questione del rapporto tra uomo e natura, cara al genere western. Non, però, raccontando il conflitto tra una natura ostile e il desiderio/necessità dell’uomo di dominarla, come avveniva con la natura mitizzata di Corvo Rosso non avrai il mio scalpo di Sidney Pollack, o con quella brutale del più recente The Revenant di Inarritu (entrambi, guarda caso, ambientati ben prima della Guerra Civile Americana); ma neanche usando la semplificazione ecologista-anticapitalista della Natura buona insidiata da un’umanità malvagia e corrotta (mai neanche per un secondo il film sembra suggerirci che il drammatico incendio sia il prezzo da pagare per la deforestazione e l’industrializzazione).

Piuttosto, l’approccio del (relativamente) giovane regista Clint Bentley – l’anno scorso candidato all’Oscar per la sceneggiatura di Sing Sing – sembra più simile a quello di un fedele seguace del Malick di Three of life (2011), in cui, tra visioni, sogni e sovrapposizioni di realtà e percepito, l’uomo è interpretato come microcosmo e la Natura come il macrocosmo che lo contiene. In Train Dreams, il rapporto tra i due è privo di giudizi di colpevolezza, ma le due dimensioni sono viste in continuo contatto e costante dialogo. La natura per definizione influenza l’uomo, e l’uomo inevitabilmente influenza la natura con la sua presenza, ma tra loro permane un mistero insolvibile, perché se (forse) il segreto della natura sono le sue leggi, queste non bastano a spiegare, invece, la natura dell’essere umano, che del macrocosmo fa certamente parte, ma resta incapace di comprendere appieno il suo ruolo in un ambiente che gli sopravvive e in cui di lui, alla lunga, non resterà niente.
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