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TOP CORN | Coraggio, altruismo, fantasia: Il Campione è una grande storia di vita

Il calcio, Accorsi e un talento alla Ibrahimovic. Il film di D’Agostini è un potente romanzo di formazione

ROMA – Christian, che guadagna milioni, e sulla maglia giallorossa porta il cognome di sua mamma. Valerio, che ha lo stesso televisore dal 2001, e non risponde ai messaggi dell’ex moglie. Perché di quella sera, proprio non riesce a parlarle. Due mondi diversi, distanti, incompatibili. Uniti, però, dalla rabbia e dalla vita. Christian Ferro, iracondo in campo e sfaticato in allenamento. Una rockstar maledetta con il dono del calcio. Valerio Fioretti, professore stanco che crede nelle parole, negli sbagli e nell’ascolto. Antipodi universali e un rapporto che li (ri)apre alle prospettive di inclusione e maturazione. Dallo stadio Olimpico, che trema al gol di quel ragazzino un po’ Totti un po’ Ibrahimovic, fino alla giacca sgualcita di un insegnante alla Robin Williams di Will Hunting, per cercare un riferimento da grande schermo.

Stefano Accorsi è Valerio Fioretti, Andrea Carpenzano è Christian Ferro.

Insomma, due personaggi perfetti e complementari per il debutto alla regia di Leonardo D’Agostini che, con Il Campione, prendendo per pretesto il mondo del calcio, costruisce un romanzo di formazione moderno e universale. E quante volte, vedendo i film di epica e sport arrivati dall’America, abbiamo pensato: perché, da noi, patria del pallone, viscerale e pure eccessiva, non si possono raccontare certe storie? A rispondere, la sceneggiatura di Giulia Steigerwalt (con la collaborazione di Antonella Lattanzi e lo stesso regista), prodotta da Matteo Rovere e Sydney Sibilia. Capaci di intendere un cinema verticalmente adatto a tutti, e non è cosa facile. Con loro, gli attori protagonisti: Andrea Carpenzano, genio crepuscolare con la palla ma intemperante alla dottrina; e Stefano Accorsi, prof disilluso e sconfitto, con il compito (impossibile) di proteggerlo umanamente da un mondo ottuso.

Gli schemi.

Soldi, discoteche, sanguisughe che sembrano amici. Un rumore costante in una villa troppo grande per un ragazzo di vent’anni. Pur essendo presenti delle scene di gioco vere e proprie, oltre che il marchio della AS Roma, che ha dato il benestare alla produzione di utilizzare praticamente tutto il suo mondo – passione compresa – ecco che il calcio giocato si trasforma in tanto altro: come si gestisce il talento senza perdersi; qual è lo schema giusto che porta a trovare il proprio posto nel mondo. Allora, chi è davvero il campione del film? Ferro e Valerio, estro e fantasia in un mondo che li ha costretti a fare i conti con i sogni trasformati in incubi. Come sbagliare un rigore all’ultimo minuto, quando per recuperare non c’è più tempo e l’insopportabile odore della sconfitta ti mette con le spalle al muro.

Sul set de Il Campione, con Leonardo D’Agostini, Stefano Accorsi e Andrea Carpenzano.

E, nella poetica di D’Agostini, che per immagini traduce le parole della Steigerwalt, i passaggi sbagliati sono pochi. Anzi, la formazione è di quelle perfette: la soundtrack originale di Ratchev e Carratello (sommata a diverse tracce ad effetto, come Special Needs dei Placebo), il montaggio di Gianni Vezzosi, la fotografia di Michele Paradisi. Una formazione di elementi scritti e pratici in cui, in mezzo ad un tumulto di lacrime e sorrisi, arriva l’avversario che Christian e Valerio dovranno affrontare: un’inadeguato senso di solitudine. Giocando con i silenzi e con gli sguardi, proprio come fossero un allenatore e un giocatore, prima di una finale di Champions League. O, forse, come fossero padre e figlio. Uno ad aspettarlo fuori la scuola, l’altro chino sul banco pronto a giocare, finalmente, la partita della vita. Stanco di deluderlo. E di deludersi. Ecco perché Il Campione è grande un film.

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Qui potete vedere il trailer de Il Campione:

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