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«Raccontare Ornella»: un dialogo con Valeria Bono dopo la perdita di una donna che ci ha insegnato la libertà

Dopo l’addio a Ornella Vanoni, Valeria Bono ripercorre con noi l’esperienza di interpretarla in Califano: uno sguardo intimo sulla donna dietro il mito.

ROMA – Ci sono note che non smettono di suonare anche quando la voce si spegne. Ornella Vanoni è una di quelle: presenza magnetica, voce riconoscibile in un istante, personalità capace di attraversare musica, cinema, televisione e restare sempre – ostinatamente – sé stessa. Una figura che ha sfidato decenni senza mai perdere la sua verità più profonda, fatta di ironia, malinconia, sensualità e una libertà che sembrava sempre un passo avanti al suo tempo.

Per chi l’ha amata da spettatrice, come noi, la sua scomparsa è un colpo improvviso, quasi fisico. Per chi l’ha studiata dall’interno — inseguendone i gesti, le inflessioni, i silenzi — è qualcosa di ancora più radicale. Per questo abbiamo parlato con Valeria Bono, che in Califano ha interpretato Ornella restituendone la fragilità più segreta e la forza che la rendeva irripetibile. La sua è stata un’immersione totale: negli archivi, nelle interviste, nelle pause, in quello sguardo basso che scardina l’immagine della diva invincibile e apre una porta verso la donna incredibile.

Il nostro dialogo è diventato un piccolo ritratto a due voci: un racconto di libertà, scomodità, destino e jazz. Soprattutto jazz, perché — come dice Valeria — «solo quando conosci perfettamente lo standard puoi permetterti di improvvisare». E forse è proprio lì, in quella zona sospesa tra disciplina e istinto, che continua ad abitare lo spirito di Ornella.

Valeria Bono e Leo Gassmann in Califano interpretano rispettivamente Ornella Vanoni e Franco Califano
Valeria Bono e Leo Gassmann in Califano interpretano rispettivamente Ornella Vanoni e Franco Califano

Quando hai costruito la tua Ornella per Califano, qual è stata la prima cosa che ti ha colpito davvero di lei?

«La timidezza. Non te l’aspetti da una figura così centrale, così sensuale, così grande nell’immaginario collettivo. E invece nei video d’epoca ha spesso lo sguardo basso, quasi da ragazza insicura. Questo contrasto mi ha stregata.
È stata la mia breccia: capire che dietro alla diva c’era un’anima sensibile, perennemente in subbuglio. Da lì ho iniziato a costruirla». 

E c’è stato un momento in cui ti sei sentita davvero vicina a lei come donna, prima ancora che come icona?

«Sì, quando ho studiato il suo rapporto con l’amore. Ornella ha avuto tanti amori, spesso difficili. Uomini che l’hanno idealizzata più che guardata davvero. Lei, invece, voleva affermarsi da sola.
In un mondo discografico dominato dagli uomini era una sfida enorme.
È lì che l’ho sentita davvero umana: una donna che cercava amore senza permettere che fosse l’amore a definirla».

Una cosa che ho sempre ammirato di lei è la libertà: dolce, brusca, scomoda. Come si porta sullo schermo una libertà così?

«La libertà di Ornella nasce dalla consapevolezza.
Per essere davvero liberi devi capire lo spirito del tempo – e poi decidere di non obbedirgli. Lei l’ha fatto. Ha portato in Italia un’altra femminilità, quella brasiliana, più fluida e più calda, e ha scelto di essere così anche quando non era comodo. E poi aveva quell’ironia che rovescia le cose: per capovolgere devi vederle molto bene.
Portarla sullo schermo è stato questo: abitare la sua ostinazione luminosa. La libertà di essere scomoda pur di essere vera».

Interpretare un personaggio reale è sempre un atto di responsabilità, ma interpretare Ornella Vanoni è quasi un contatto con la storia. È stato un peso?

«Un peso bellissimo.
Io Ornella la imitavo già prima del provino: la voce, le inflessioni, i gesti. Era un gioco, poi è diventato destino.
Vengo dalla Paolo Grassi, la “figlia” della scuola dove lei ha studiato con Strehler: quando l’ho capito, mi è sembrato tutto scritto. E poi c’è il jazz, che lei amava: puoi improvvisare solo quando conosci perfettamente lo standard. Così ho fatto: studiare, guardare tutto, ascoltare tutto. E poi buttarmi. È stato un dono enorme poterla abitare anche solo per un istante».

Cosa pensi che rimarrà di Ornella nei prossimi anni, al di là della musica e del cinema?

«Spero la sua libertà. La libertà di dire “io sono così”, che è la frase più difficile del mondo. E spero che rimanga l’idea che si può guardare la tristezza senza farsene mangiare. La sua versione di Tristezza per favore vai via è quasi un incantesimo contro la malinconia.
Vorrei che il suo esempio aiutasse le donne a essere più rete e meno catene.
A essere scomode.
A scegliersi.
Conoscere il proprio tempo e decidere comunque di essere fedeli a sé stesse: ecco, questo per me è il suo lascito più grande».

Valeria Bono è Ornella Vanoni in Califano.

Ci sono artisti che raccontano il loro tempo e artisti che lo guariscono. Ornella, in qualche modo, ha fatto entrambe le cose. È stata forza e fragilità, eleganza e disordine, ironia e verità. Un modo diverso di guardare il mondo. E oggi che non c’è più resta questo: una luce che non si spegne, una libertà che ci accompagna.

Ascoltare Valeria Bono rievocarla dall’interno, con questa precisione e questa tenerezza, è stato avvicinarsi un po’ a quel mistero che Ornella portava addosso. Un privilegio raro. E anche – lo ammetto – una profondissima emozione.

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