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¡Que viva México! | Ėjzenštejn e la storia di quel grande film (mancato)

Upton Sinclair, i contrasti con la Paramount, la rinascita nel 1979: ma cos’è Lampi sul Messico?

Un dettaglio del poster di ¡Que viva México!, in Italia diventato Lampi sul Messico.

ROMA – Estate 1929. Sergej Michajlovič Ėjzenštejn, Grigori Aleksandrov ed Eduard Tisse, lasciano la Russia per un viaggio alla scoperta della tecnica del cinema sonoro su autorizzazione del Goskino, ovvero la commissione sovietica per il cinema. L’itinerario prevede tappe in Germania, Svizzera, Inghilterra, Francia e USA. Qui, tra Stati Uniti e Messico, succederà però qualcosa di diverso, e Ėjzenštejn scriverà ancora una volta la storia del cinema attraverso il più grande film (mancato) di tutti i tempi: ¡Que viva México!, in italiano conosciuto anche come Lampi sul Messico. Ma come nacque? Nel 1930, Ėjzenštejn, in terra americana per una serie di incontri, fu messo sotto contratto dalla Paramount, ma di tutti i progetti di film propostigli però (La guerra dei Mondi, La casa di vetro, L’oro di Sutter) solo uno andò in porto. Perché? Cosa accadde?

Una scena di ¡Que viva México!
Una scena di ¡Que viva México!

Successe che a causa di divergenze artistiche Ėjzenštejn vide sciolto il contratto per Una tragedia americana e il film venne affidato a Josef von Sternberg. Le ragioni? L’impreparazione della troupe di Ėjzenštejn nel fronteggiare la tecnica del colore e del sonoro, ma soprattutto il malumore sociale. L’ingaggio del regista russo generò dissapori che sfociarono in una violenta campagna anticomunista. Nemmeno un mese dopo però, lo scrittore radicale Upton Sinclair lo chiamò per la realizzazione di un film messicano da 25.000 dollari: ¡Que viva México!. Redatto assieme ad Aleksandrov un trattamento composto di un prologo, quattro episodi (Sanduga, Manguey, Fiesta, Soldadera) e un epilogo avente ad oggetto El Día de los muertos/Il giorno dei morti, Ėjzenštejn immaginò ¡Que viva México! come un lirico elogio al Messico moderno dopo la Rivoluzione.

Una scena dell’epilogo di ¡Que viva México!

Concepito come una sequenza di righe dai colori vivaci dei sarapè messicani, a detta di Ėjzenštejn i quattro episodi di ¡Que viva México! avrebbero dovuto rappresentare cose ben precise: «Le storiche condizioni umane, dalla animalesca sottomissione alla Morte, al superamento di tale pensiero nella concezione dell’entità sociale, collettiva». Un’opera ambiziosa sulla scia dei lavori propagandistici in terra sovietica (Sciopero!, La corazzata Potëmkin, Ottobre) che avrebbe ricostruito la storia del Messico lungo un asse progressista dal dominante sapore erotico-religioso: la convivenza tra uomo e donna, compagni di lotta per il diritto di essere padroni della propria vita. Di grande respiro era l’episodio de La Soldadera, rievocazione de La locandiera di Goldoni a cui Ėjzenštejn cucì un’aura simbolica e profondamente umana: «Che deve elevarsi nella grande idea della fondamentale unità del popolo messicano».

Una scena di ¡Que viva México!
Un altro momento di ¡Que viva México!

Iniziarono però a sorgere problemi con Sinclair. In un anno le spese raddoppiarono il budget. Il progetto era però quasi ultimato, ad Ėjzenštejn mancava soltanto di girare il cuore del film (La Soldadera) quando, nel gennaio del 1932, Sinclair chiuse i rubinetti. Non a caso però, perché di problemi ce n’erano, e molti. La produzione era dilettantesca (Sinclair non aveva idea di come si producesse un film) ed Ėjzenštejn, ingenuamente, firmò un accordo senza rendersi conto che non avrebbe avuto alcun diritto sul girato (¡Que viva México! sarebbe dovuto essere un film apolitico). Due mesi dopo Ėjzenštejn lasciò il Messico con la promessa che Sinclair gli avrebbe spedito il negativo a Mosca. Non arriverà mai. Che fine ha fatto dunque il film mancato di Ėjzenštejn? Sinclair lo smembrò per finanziarsi la corsa elettorale a Governatore della California.

El Día de los muertos/Il giorno dei morti nell'epilogo di ¡Que viva México!
El Día de los muertos/Il giorno dei morti nell’epilogo di ¡Que viva México!

¡Que viva México! fu così venduto al produttore indipendente Sol Lesser che ne tirò fuori quattro opere: Lampi sul Messico e Death Day (gli unici accreditati Ėjzenštejn e Aleksandrov), Time in the Sun (accreditato a Marie Seton) e il documentario Ėjzenštejn in Messico. Un autentico processo di disossamento su cui l’autore si esprimerà così qualche anno dopo: «Quello che hanno fatto, come montaggio, è straziante». Morto a Mosca nel 1948, Ėjzenštejn non ebbe mai un’opportunità di riscatto su Sinclair. Non in vita perlomeno. Pochi anni dopo infatti, nel 1954, i frammenti scomposti dell’opera giunsero al MoMa di New York dove furono revisionati, restaurati, e infine protetti. Nel 1970 ¡Que viva México! tornò a casa con trentotto anni di ritardo su azione del Goskino che, a quel punto, diede incarico ad Aleksandrov e Tisse di darvi una forma filmica coerente.

«La grande saggezza del Messico: superare nella gioia il pensiero della morte»

E poi? Nel 1979 ecco finalmente uscire ¡Que viva México!, un’edizione particolare e decisamente curiosa in cui, accanto ai frammenti originali di ¡Que viva México!, la voce dello stesso Aleksandrov su testi del compianto Ėjzenštejn, guida lo spettatore nei momenti mancanti dell’opera incompiuta in un armonico viaggio tra l’onirico e lo spettrale. Una grande storia di cinema, ma anche di giustizia divina e riscatto artistico che nel 2015 ha anche ispirato Peter Greenaway a girare un altro film assolutamente da recuperare: Eisenstein In Messico (lo trovate in streaming su CHILI qui) con l’attore finlandese Elmer Bäck ad interpretare Sergei Eisenstein nella sua trasferta impossibile. Cinema che si nutre di cinema…

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Qui sotto potete vedere il trailer de ¡Que viva México!:

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