ROMA – Quando si pensa a Napoli, cosa viene subito in mente? Gente colorata, musica, calcio. Senza contare i piatti tipici: deliziosi e corposi, come solo questa città poteva elaborare. Quasi mai, invece, Napoli viene associata alla timidezza, alla schiettezza sommessa o, addirittura, allo scuorno, alla vergogna. La napoletanità è tutt’altro. O almeno lo era, prima che concepisse un artista così distante da questa figura da costringerla a essere riscritta a sua immagine e somiglianza. Non per desiderio di affermazione o di conquista. No, no – quando mai – così, per esigenza, al più per semplificazione: per raccontare una Napoli che solo lui aveva vissuto. Anche se, diciamocelo, Massimo Troisi non lo avrebbe mai ammesso. Per carità. Il regista, comico e attore napoletano, ha fatto dell’incapacità di stare al mondo la sua – e la nostra – più grande forza. Il suo non sapere, le sue costellazioni di dubbi, i lunghi monologhi tra sé e sé per autoconvincersi di essere altro, per poi pentirsene amaramente una volta varcata la soglia della vita vera, ci hanno insegnato che, in fondo, va tutto bene. Non bisogna essere pavoni o oratori. E che forse, ogni tanto, non sentirsi all’altezza delle cose è la chiave per farle.

Annunciazione, annunciazione: La Smorfia.
In concomitanza con la scuola da geometra – che dirà di aver ripetuto ogni anno due volte per capirla fino in fondo – Troisi inizia il suo percorso artistico nella parrocchia di Sant’Anna a San Giorgio a Cremano, dove scoprirà di sentirsi perfettamente a suo agio davanti ai riflettori, ma mai oltre il buio che lo divide dallo sguardo del pubblico. Qui, Troisi inizia a mettersi alla prova con i suoi amici, creando, col tempo, del materiale totalmente originale, imboccando una direzione diversa dal teatro secentesco, verso una svolta di denuncia sociale e satira, tipica dei movimenti post ‘68. Dopo il debutto con I Saraceni, già composto dalla celebre formazione Troisi, Arena e Decaro, il trio dà ufficialmente avvio alla propria carriera con La Smorfia grazie al programma televisivo, allora sperimentale, Non Stop (1977–1978), per poi proseguire con Luna Park (1979). Con sketch come quelli su San Gennaro, sull’aspirante guappo, senza dimenticare quello sulla Natività, il trio costruisce un’alternativa alla solita reputazione sguaiata attribuita a Napoli. Dà forma a un cabaret nuovo, fino ad allora inedito, che gioca consapevolmente con i luoghi comuni dei costumi napoletani: dal fervore religioso alle canzoni melliflue, fino ai temi della povertà e della malavita. Il tutto puntando su personaggi inadeguati, pudici, apparentemente leggeri, ma proprio per questo profondamente ancorati alla vita concreta e ai problemi quotidiani. Per il trio, la comicità diventa così un megafono per questioni che richiedono attenzione non solo da parte del pubblico, ma soprattutto dello Stato, in particolare per quanto riguarda le condizioni di povertà della loro Napoli. Ispirandosi ai grandi comici, attori e drammaturghi napoletani come Totò e, naturalmente, Eduardo De Filippo, il trio individua una forma di umorismo estremamente efficace, che prende in giro chi ha sempre creduto di vedere troppo nelle difficoltà del Mezzogiorno italiano, senza riuscire a coglierne nulla di realmente sostanziale.
La verità del non detto.
Gli americani lo chiamano lo “Show, Don’t Tell”, ovvero il mostrare senza dire, o dicendo il minimo indispensabile. Per Troisi, invece, basta lisciarsi il sopracciglio, scompigliarsi i ricci, o lanciare un’occhiata: tutto per Troisi è sottinteso, e niente rende il concetto che vuole esprimere più limpido di quanto già sia, seppur pieno di balbettii, giri di parole e ripetizioni fino all’estremo. Nel suo debutto registico in Ricomincio da tre (1981), Troisi interpreta Gaetano, un giovane napoletano che per dare una svolta alla sua vita vuole ricominciare a Firenze, da tre, appunto (in quanto lavoro, famiglia e amici già li ha). Partendo come giovane esploratore del mondo e imbattendosi persino in un suicida facendo l’autostop, Gaetano attraversa i problemi di un giovane adulto come tanti. Cerca di liberarsi dalle angosce della famiglia, dal lavoro che non c’è o che non funziona, ma anche da quelle degli amici di sempre: amici che col tempo cambiano e non ti capiscono più, oppure che si aggrappano a te con tutte le loro ansie, proprio quando tu stesso non sai dove sbattere la testa. Quando si guardano i film, soprattutto quelli del primo Troisi, quindi anche in Scusate il ritardo (1983), si prova una sensazione di liberazione. È una seduta con le cose che ci toccano quotidianamente. È come stare sdraiati, accorgersi di avere un peso sul petto, lasciar perdere tutte le cose che si stanno facendo e trovare finalmente il ritmo giusto per respirare. O come quando ciò che per tutta una vita era sembrato una stranezza, all’improvviso trova una quadra perfetta. Anche il modo in cui si esprime, non è solo sintomo di timidezza, ma è una vera e propria presa di coscienza, a questo punto può essere definita come Socratica: Troisi sa di non sapere, almeno apparentemente, e usa il napoletano come scudo, ma trovando sempre il modo di farsi capire da tutti, sempre e comunque. Per capire Troisi non serve essere napoletani, o giovani persi, neanche giovani: basta accostarlo alla vita di tutti i giorni, alle lamentele che i vecchi rivolgono ai giovani e viceversa, alla paura di non piacere, alla paura di crescere veramente e di scoprire di non saper stare al mondo. E poco importa che da quei film siano passati più di quarant’anni, perché dimostrano come la vita funzioni da sempre secondo un vero e proprio circolo vizioso.

L’arco dei sentimenti
Nel cinema di Massimo Troisi i sentimenti hanno un ruolo centrale. Per il regista sono sempre stati un elemento fondamentale, portato avanti non solo da lui stesso, ma anche da figure femminili forti, non costruite a tavolino, o indurite inutilmente, ma reali e complesse. Un risultato dovuto anche al contributo della sceneggiatrice e compagna del regista, Anna Pavignano. Quel che è certo, è che i suoi personaggi maschili non cercano mai di dominare o di possedere le donne. Al contrario, le seguono, come si segue un fuoco che scalda ma che, inevitabilmente, può anche bruciare. E, soprattutto, che non hanno paura di lasciare andare. Quella sui sentimenti è una riflessione che attraversa tutta la sua filmografia, dal primo film fino all’ultimo da regista, Pensavo fosse amore… invece era un calesse (1991), dove emerge una maturità più da uomo che da giovane. Troisi, che fino a quel momento aveva raccontato l’amore attraverso il dubbio, le ipotesi e una costante insicurezza, forse più marcata in questa sfera che in altre, appare qui diverso. Rimane il timore dell’errore e di non essere compreso, ma afferma una nuova consapevolezza: l’amore forzato, quello sostenuto non da un sentimento autentico ma dalle aspettative sociali che lo esasperano, non è possibile. È inutile, perché annacquato. Poco importa quanto sia durato, come sia finito, se non ci si sia detti tutto o se uno dei due abbia intrapreso un’altra relazione. Quando l’amore è finito, non c’è nulla di cui scusarsi. Troisi delinea così un’idea di amore, o di non amore, che non va trascinata, appunto, come un calesse.

Insieme, senza timore.
Il cinema e l’arte di Massimo Troisi non hanno solo divertito, continuando a divertire, più generazioni: definirli unicamente come intrattenimento sarebbe riduttivo. Troisi ci insegna a riconoscerci gli uni negli altri, senza mai proporre una teoria della vita presuntuosa o saccente, ma offrendo semplicemente un approccio possibile, più semplice e umano, all’esistenza. Grazie a lui, in un periodo delicato della storia italiana, alla fine degli anni di piombo, un’intera generazione ha finalmente riconosciuto di avere al proprio interno una gioventù viva e attiva, capace di cercare soluzioni e di non sottomettersi ai dogmi imposti da chi l’aveva preceduta. Con Troisi, prima di molti altri, è stato possibile guardare finalmente a una figura che incarnasse il futuro e tutto ciò che, ancora oggi, continua a riguardarlo.
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