ROMA – Il 12 giugno 2022 Palermo è costretta a guardarsi allo specchio: da una parte le urne che scelgono il dopo-Orlando, dall’altra lo stadio e le piazze in apnea per la promozione in serie B. In questo giorno-soglia si muove Palermo 12 giugno, il film di Gianfranco Piazza, che trasforma politica e calcio in due arene speculari dove si misurano ansie, speranze e appartenenza.
Nato a Palermo nel 1996, con studi tra la sua città e Montpellier e una formazione al Centro Sperimentale nel corso di regia documentaristica, Piazza ha già raccontato i margini e le crepe del reale con lavori come Collisione, Sotto lo stesso tempo, Acquasanta e Quello che resta. Il suo sguardo, insieme concreto e visionario, fa di Palermo non solo un luogo ma un personaggio. In questa intervista gli abbiamo chiesto come si filma una città mentre sceglie chi essere, e perché, in fondo, un’elezione e una partita possano parlare della stessa, ostinata voglia di futuro. Il documentario Palermo 12 giugno, è disponibile sul canale youtube Kinèa.
«Qualche settimana prima, al bar con gli amici mentre seguivamo la campagna elettorale per le elezioni comunali e la corsa della squadra di calcio per la promozione in serie B, incrociando un po’ di date avevo pensato che sarebbe stata una grande possibilità narrativa se i due eventi si fossero incontrati. Due arene, due rituali di gruppo, ognuno con le sue caratteristiche, che fanno emergere il carattere delle persone e di un luogo, una città, che era quello che mi interessava principalmente. Per fortuna la realtà si mette in scena da sola e basta stare pronti a guardare. Il 12 giugno era la giornata nella quale si svolgevano le elezioni e il Palermo giocava la partita decisiva. Il film nasce quindi da un evento particolare ma allo stesso tempo arriva da un intenso rapporto con la città, che ha trovato un modo di esprimersi attraverso questa giornata».
Cosa ti ha spinto a intrecciare la narrazione tra politica e calcio, due mondi solo in apparenza lontani? E ti chiedo anche se in qualche modo hai trovato delle difficoltà.
«Il calcio e la politica instaurano due tipi di rapporti tra la comunità e la città. Da un lato c’è una parte più emozionale, di appartenenza identitaria, dall’altro ormai un distacco, una cura mancata, e una perdita delle coordinate. Per me la realtà è sempre meno leggibile, sempre più difficile non farsi prendere dallo spaesamento, e nel piccolo questo modo di fare cinema permette un corpo a corpo con quello che ti circonda, per dare forma al caos. Mi sembrava che avvicinare queste due narrazioni potesse scatenare una complessità e accoglierne le contraddizioni. Il film è completamente autoprodotto, con i tempi molto stretti era difficile incasellarlo in altre modalità produttive, e questo mi ha lasciato molta libertà di movimento più che difficoltà. La complessità maggiore è stata l’organizzazione. Ho da subito coinvolto molte persone, dai miei amici più stretti che, facendo tutt’altro nella vita, si sono lanciati con me per fare un piano di lavoro ai vari filmmaker più o meno esperti che si sono appassionati all’idea. Per il tipo di lavoro c’era bisogno di essere contemporaneamente in più posti. In questo senso, anche il lavoro della regia da parte mia è stato nuovo e interessante, filmando e allo stesso tempo coordinando diversi operatori a seconda di come procedevano gli eventi. È stato un grande lavoro di squadra, girato in una modalità molto punk, racimolando videocamere e stando in mezzo alle cose».

Palermo nel documentario è un personaggio. Come hai lavorato per restituire la voce e l’anima della città?
«Sapevo che volevo realizzare un film corale, che avesse molti punti di vista e che restituisse la varietà di situazioni in un flusso continuo, per il resto era necessario rimanere permeabile agli eventi, farmi guidare dall’istinto nel seguire certe situazioni e certe dinamiche. L’idea era anche di non avere un personaggio in particolare, ma restituire dei movimenti collettivi. In questo la città non è solo scenografia ma è elemento cardine. La giornata portava con sé diversi strati. Era la fine dell’era di Leoluca Orlando, un sindaco molto importante che ha cambiato il volto e la percezione di Palermo, e forse era anche un momento per capire cosa rimaneva di quell’idea di città, e perché la popolazione gli si rivoltava contro. Allo stesso tempo era il ritorno di un vecchio mondo politico di destra, qualche mese prima dell’inizio del governo Meloni. Di fronte alla politica quello che veramente riaccendeva gli animi era il possibile ritorno del Palermo in serie B, dopo il fallimento della società e tutto il senso di sconfitta che si portava dietro. Un sentimento che ha travolto anche persone che fino a poco prima non erano mai andate allo stadio, per quella gioia che ci prende quando finalmente troviamo un motivo per sentirci comunità, e che nasconde il gelo nel constatare che quella comunità è sempre più frammentata, individualista e spaesata».

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