ROMA – Fino a dove siamo disposti ad arrivare per dimostrare che ciò che abbiamo visto è reale? Quanto è sottile il confine tra verità e paranoia? È da queste domande che prende forma La donna della cabina numero 10, una storia che si muove tra thriller psicologico e racconto investigativo. La pellicola di Simon Stone è basata sull’omonimo romanzo di Ruth Ware, pubblicato nel 2016 e diventato un caso editoriale internazionale. Keira Knightley interpreta la protagonista Laura Blacklock, una giornalista investigativa invitata a bordo di un esclusivo yacht per documentare le attività di beneficenza dei proprietari della barca. Laura accetta l’incarico come una pausa dalla monotonia del lavoro, convinta di trovarsi davanti a un’esperienza privilegiata e senza particolari complicazioni.
Ma già dalle prime ore a bordo qualcosa non torna. L’atmosfera della crociera appare ambigua e ogni sorriso sembra nascondere qualcosa. Durante la prima notte Laura crede di assistere alla caduta in mare di una donna ospite della cabina numero 10. Quando però avverte l’equipaggio, nessuno le crede: la cabina 10, infatti, risulta essere sempre stata vuota. Laura è disposta a tutto pur di dimostrare ciò che ha visto, anche a costo di mettere in pericolo la propria vita. Il film costruisce un crescendo di misteri e sospetti, portando lo spettatore a dubitare persino della versione dei fatti della protagonista. Si inserisce nel filone dei thriller psicologici claustrofobici, simili a film come Passengers o Panic Room, dove lo spazio limitato amplifica tensione e angoscia.
Il punto di forza della pellicola è il ritmo incalzante con cui si susseguono gli eventi: la storia si sviluppa nell’arco di circa 95 minuti, senza digressioni e senza rallentamenti. In un panorama cinematografico che spesso privilegia la riflessione all’azione, Stone sceglie la strada opposta, costruendo una spirale sempre più serrata di sospetti reciproci. Tuttavia, questa scelta entra in parte in contrasto con lo spessore psicologico che Ruth Ware riserva ai personaggi del romanzo, e alcune svolte del film risultano più accelerate, sacrificando una parte dell’inquietudine e della complessità presenti nel testo originale.
Il vero perno del film resta Keira Knightley, grazie alla sua espressività magnetica. L’attrice britannica, protagonista di film popolari come Love Actually e della saga Pirati dei Caraibi, aveva già interpretato una giornalista determinata nel thriller Lo strangolatore di Boston. Al ritmo serrato della narrazione si aggiunge infine l’impatto visivo dei fiordi norvegesi: paesaggi freddi e imponenti che contribuiscono a creare un’atmosfera cupa, vicina alle suggestioni del noir nordico. L’ambiente diventa parte integrante della storia: lo yacht, spazio chiuso e dorato, e i fiordi, con la loro bellezza ostile, amplificano il senso di isolamento psicologico.
La donna della cabina numero 10 mette in luce anche un altro aspetto: la frustrazione del giornalista che combatte per arrivare alla verità correndo numerosi rischi. Laura si trova a lottare contro incredulità e sottovalutazione, sia perché donna, sia perché percepita come l’ennesima “giornalista ficcanaso”. Un tema universale del giornalismo raccontato anche in film come Il caso Spotlight, dove la verità emerge solo grazie alla determinazione dei giornalisti. La donna della cabina numero 10 è un thriller psicologico elegante e teso, capace di catturare l’attenzione dello spettatore e di lasciare il dubbio sospeso fino all’ultima scena.
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