ROMA – Il primo romano d’America è uno dei registi più influenti del cinema mondiale; un solido pilastro della settima arte. Sergio Leone ha inventato inquadrature – divenute nel tempo cult, persino pop – mescolando generi a storie e culture diverse. Mai con la presunzione di istruire o spiegare, ma con un solo ed unico scopo: fare il cinema. Perché per Leone il cinema era vita; la sua.
Dall’antica Grecia al Messico dell’Ottocento
Nonostante l’esordio con un film epico come Il Colosso di Rodi (1961), Leone, come dichiarò più volte, non amava essere identificatocome regista di questo genere. Infatti, già da questa pellicola, riesce a far emergere la sua cifra ironica – spesso definita come “commedia epica” – e la si percepisce proprio nel protagonista, Dario, l’eroe ateniese. Il guerriero è di fatto un playboy dal sorriso sornione, costretto, suo malgrado, a impugnare di nuovo laspada per una guerra che non gli appartiene. Infatti, sarà proprio perun tranello tesogli da due donne che prenderà le difese dei ribelli – prima da Mirte poi da Diala – e non certo il forte sentimento di appartenenza verso la sua terra del cuore. Dopo qualche anno trascorso a schivare la regia di innumerevoli pellicole su eroi ateniesi, nel 1964 Leone riesce finalmente a realizzare un film destinato a entrare nella storia. Si tratta del primo capitolo di una Trilogia iconica: Per un Pugno di Dollari. È proprio grazie a questo titolo che il regista restituisce nuova vita a un genere che sembrava ormai giunto al tramonto, rendendolo il vero protagonista dei suoi film. Con il suo Uomo senza Nome – che un nome ce l’avrà, eccome – Leone alleggerisce il mito tradizionalista dei western americani per creare la leggenda dello Spaghetti Western. La maestria di Leone nel trasformare Dei del cinema in figure straordinariamente umane – come Volonté e poi Fonda e la Cardinale – nasce dal modo in cui porta sullo schermo la vita reale,in tutte le sue contraddizioni. Nel West, cowboys, banditi, becchini e prostitute sono mossi da denaro, potere, necessità e giudizio, ma seguendo sempre e solo una regola: quella della sopravvivenza. E poi, dopo un’attesa fatta di sguardi e grilletti puntati durata sessant’anni, il colpo di scena: i personaggi smettono di sopravvivere per cominciare avivere.

Gli occhi di Leone, ma le orecchie di Morricone
Un fischio è diventato quel fischio che di tanto in tanto torna a risuonare nelle orecchie di tutti. Così come in molti altri casi, Morricone, compagno di scuola ritrovato anni dopo, si è assunto l’arduo compito di trasformare i film del regista in autentiche poesie. Erano le scene a prendere vita tramite la musica del maestro – non viceversa. I personaggi, e poi gli attori, erano guidati da quelle note che acquisivano vere e proprie sembianze e volti diversi; a volte malinconici, altri con un piglio di furbizia, ma sempre penetranti ed indimenticabili. In un’intervista, il maestro spiega che la musica era fondamentale per la storia delpersonaggio, rappresentava esattamente ciò che era successo e che sarebbe successo nel film; un DNA invisibile che ne custodiva ogni sfumatura, rivelata (e regalata) nota dopo nota.

Un cinema intimo e universale
Concluso il filone Western – non prima di un’ultima concessione al capolavoro C’era una Volta il West (1968) e Giù la Testa (1971), con un occhiorivolto alla storia italiana – Leone si dedica ad un progetto a cui ha dedicato tutto sé stesso, il film della sua vita: C’era una Volta in America (1984), tratto dall’autobiografia di Harry Grey, The Hoods (1952). In quest’opera maturata per oltre dieci anni, Leone arriva sul set emozionato come un padre che guarda il figlio per la prima volta, accudendolo con la massima cura durante il lungo processo di lavorazione. E proprio come un padre che fatica a vedere i propri figli crescere, Leone stenta a lasciar andare questo progetto, rimandandone per mesi la conclusione, per poi vederlo fatto a pezzi, cambiato per sempre ed irrimediabilmente. Ma questa è una storia che non vale la pena raccontare. Sebbene la pellicola venga spesso erroneamente classificata come film gangster – senza nulla togliere al genere – il film di Leone va ben oltre. La storia attraversa cinquant’anni di vita, dall’epoca del proibizionismo fino al ’68, seguendo quella di David Aaronson, detto Noodles (Robert De Niro): un teppistello cresciuto in una New York buia e povera, da cui non riuscirà mai a liberarsi del tutto. Sarà necessaria una strage, insieme a qualche libro letto in un cunicolo del suo palazzo, per costringersi ad allontanarsi e a scomparire nell’anonimato. C’era una Volta in America è un film che raccoglie le ombre silenziose delle scelte quotidiane; scelte che cambiano e alterano il corso di una vita intera. E’ un mosaico di errori, rimpianti e amori, soprattutto quelli non corrisposti. Lo si vede attraversando la vita di Noodles, insieme ai suoi compagni e a Deborah: un viaggio che lascia addosso una nostalgia lenta, profonda e difficile. È la stessa che si prova percorrendo il corridoio di una casa dell’infanzia, ormai vuota, sospesa nel silenzio; una casa che riconosciamo, ma che non ciappartiene più. Quel che è certo è che, nonostante gli anni passati a camminare in avanti, non importa quanti, questo film custodirà per sempre i negativi dell’anima umana.

Un sogno fino all’ultimo respiro
Leone ha creduto intensamentenel raccontare le storie fino alla fine, anche quando sapeva bene che non sarebbe vissuto abbastanza per vederle realizzate. È il caso di quella storia d’amore sotto l’assedio di Leningrado, di cui possiamo solamente immaginare l’enorme successo che avrebbe riscosso. Ma non bisogna per forza fermarsi davanti ad un’opera incompiuta, perché dopotutto, i film di Sergio Leone non si erano mai limitati all’ultima inquadratura. Hanno sempre continuato, e continuano ad esistere nel tempo, perché C’era una volta. C’è, ma soprattutto, ci sarà per sempre Sergio Leone.
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