ROMA – Ci sono progetti che restano sospesi per anni, finché non arriva quel momento in cui smettono di essere “un’idea” e diventano realtà. È il cinema, l’urgenza, l’ossessione e il desiderio. E La forma imperfetta dei ricordi di Elisa Faccioni è tutto questo: un viaggio lungo, pieno di tentativi, che finalmente si è concretizzato. «Sono molto contenta di essere qui. Sono tre anni che parliamo di questo progetto. Oggi siamo qua per parlare del fatto che è stato realizzato, è pronto e lo stanno vedendo tante persone».
Per capire da dove nasce davvero il corto, però, bisogna tornare indietro. Non a una scintilla da pitch, ma a qualcosa di più intimo e urgente. «Mi ricordo innanzitutto il momento in cui ho sentito la necessità di raccontarlo», spiega Faccioni. È il 2021 e il punto di partenza è il rapporto con sua madre: «È sempre stato un rapporto molto profondo, molto autentico però anche abbastanza conflittuale in quel momento della vita perché io vivevo a Roma da alcuni anni e perché lei si sentiva un pochino trascurata da questo e io un pochino egoista per aver seguito il mio sogno». Scrivere diventa un modo per provare a dialogare davvero, senza farsi schiacciare dalle incomprensioni: «Cercavo un modo per dialogare con lei».

Durante la scrittura, però, Elisa si accorge che non può farcela da sola. Per raccontare un legame così, serve anche l’altra metà del racconto. «Mentre lo scrivevo mi sono resa conto che non potevo farlo da sola perché mi mancava il suo punto di vista. Stavo raccontando un rapporto quindi a due: io sapevo cosa voleva dire essere figlia, ma non sapevo che cosa voleva dire essere madre». Ed è qui che compie il gesto decisivo: chiede alla madre di scrivere una lettera, quasi senza darle contesto, un atto semplice eppure potentissimo. «Le chiesi di scrivere senza neanche spiegarle bene perché, di scrivere una lettera su cosa significasse essere madre. E questo ha aperto finalmente un dialogo senza conflitto e siamo riuscite a comprenderci, a capirci». È la parte più “catartica” del percorso, il punto in cui il film smette di essere solo un racconto e diventa anche una riparazione, una possibilità.
Poi, come spesso accade nel cinema indipendente, c’è l’altro momento in cui capisci che adesso si fa sul serio: quando arrivano i primi fondi. Faccioni racconta quel passaggio con la lucidità di chi ha attraversato bandi, attese e porte chiuse: «Il momento in cui l’ho sentito finalmente possibile è stato quando, dopo due anni di ricerca fondi di applicazione ai bandi, ricevetti la mail della graduatoria… è uscita la graduatoria del bando Lazio Crea e la sceneggiatura era stata premiata. Un bando che avevo applicato nel 2022. Avevo completamente rimosso anche di averlo fatto, perché poi c’erano stati tanti tentativi». E poi, senza retorica: «Quel bonifico fu l’inizio di tutto, (Sorride, ndr)».

Nel corto l’Alzheimer è sullo sfondo, ma il cuore pulsante è un altro: la memoria come materia viva, come identità. «Io più che sull’Alzheimer mi sono concentrata sul tema della memoria», dice. «Per me la memoria è ciò che rende vivo il passato e le relazioni. Non è un semplice archivio, penso che sia proprio un ponte vivo». È un’idea che attraversa tutto, anche nelle scelte formali: «Ho anche utilizzato del materiale di archivio personale per riuscire a raccontarlo in maniera più viva e vera possibile». E nel rapporto tra le due protagoniste, Adele e Sara, la memoria diventa una specie di filo teso che tiene insieme tutto: «Nel momento in cui una delle due perde, sbiadisce questa sua memoria, torna la forza del rapporto… l’importante è che una delle due riesca a ricordare per mantenere vivo questo rapporto».
Tra gli elementi più forti c’è il metronomo, oggetto ricorrente e inquieto che scandisce il film. Anche qui, Elisa lo racconta senza “spiegarlo”, ma lasciandogli la sua ambivalenza. «È un oggetto simbolico ricorrente, metafora del tempo che passa inesorabile, quindi comunque è un po’ terribile. Però è anche ciò che ci ricorda di vivere, di vivere il presente, di apprezzare ciò che abbiamo in questo momento». Non misura solo il tempo: misura quanto siamo capaci di restare, di esserci, prima che tutto cambi.
E se questo è un esordio, è anche un esordio che insegna. Non solo sul set, ma sul modo di stare dentro un progetto. Faccioni lo dice chiaramente: «La cosa più importante, secondo me, che ho imparato è che bisogna scegliere le persone giuste per portare avanti un progetto». Perché un film non lo fai mai davvero da solo. «Non posso dire, nonostante tutte le fatiche, di averlo fatto da sola. Anzi, penso che si sia creata una vera e propria famiglia attorno a questo progetto che l’ha portato avanti con tanto amore, dedizione e passione». Tra le figure chiave cita la direttrice della fotografia: «Per me una figura di riferimento fondamentale è stata Eleonora… mi sono tanto affidata a lei». E poi c’è un altro concetto che sembra parlare anche del tema del corto: la forma non è mai definitiva. «Non si smette mai di continuare a riscrivere, a dare forma al progetto… la scrittura non è finita nel momento in cui scrivi la parola fine sulla sceneggiatura, neanche durante le riprese… continui a riscriverlo fino al montaggio». Un film, come la memoria, cambia mentre lo tocchi.

Alla fine resta la domanda più importante: cosa vuoi che lo spettatore porti fuori dalla sala? Ed Elisa non cerca la morale, ma una riflessione che rimanga addosso. «Il tempo passa inesorabile per tutti. Ce lo dice questo metronomo… quindi lo sappiamo: è importante delle volte fermarsi, riflettere su quelli che sono dei rapporti tanto profondi ma anche tanto intricati, a volte pieni di incomprensioni, come quelli con chi ci ha cresciuto». E aggiunge, con una semplicità che fa male: «A volte tendiamo a darli per scontati… ci dedichiamo tanto ad altro… quindi semplicemente volevo ricordare che è veramente importante invece nutrire il rapporto con chi ci sta accanto da sempre».
E mentre La forma imperfetta dei ricordi inizia a vivere davanti agli occhi degli altri, Elisa è già proiettata avanti. «Non vedo l’ora. In realtà sono già che sto scrivendo 1000 progetti». Tra questi c’è anche un primo lungometraggio in sviluppo: «La mia opera prima si chiamerà Zucchero filato e parla di temi come la libertà, l’identità, la ricerca di sé, l’importanza di amarsi, di essere vista». Un percorso che conferma quanto, per lei, la scrittura sia prima di tutto un modo di conoscersi: «Per me è molto importante… è catartica la scrittura… arrivo alla fine e dico: “Wow! Quante cose ho imparato su me stessa”». E forse è proprio questo, alla fine, il senso più vero del suo corto: ricordare non per restare fermi, ma per capire chi siamo, e per trovare il coraggio di parlarci prima che il tempo decida al posto nostro.
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