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La Doppia Vita di Mahowny: Philip Seymour Hoffman e il talento tragico votato all’azzardo

Atlantic City e una tragica maledizione: ecco perché (ri)scoprire il film di Richard Kwietniowski

Philip Seymour Hoffman in La Doppia Vita di Mahowny
Philip Seymour Hoffman in La Doppia Vita di Mahowny

ROMA – La doppia vita di Mahowny, film del 2003 e diretto da Richard Kwietniowski (lo trovate disponibile su CHILI), è uno dei più misconosciuti saggi di bravura della carriera di Philip Seymour Hoffman. Tratto dal romanzo Stung: The Incredible Obsession of Brian Molony di Gary Stephen Ross, è un lungometraggio che prende le mosse da eventi realmente avvenuti a Toronto tra il 1980 e il 1982, relativi a una frode bancaria di enormi proporzioni. 

Il protagonista, interpretato appunto da  Seymour Hoffman, si chiama Dan Mahowny ed è un impiegato di banca artefice di una carriera fulminea: dopo incarichi piuttosto modesti, si ritrova infatti catapultato nelle stanze dei bottoni, lavorando fianco a fianco col suo direttore e avendo accesso ai conti della filiale di Atlantic City.

La Doppia Vita di Mahowny
La Doppia Vita di Mahowny

Dan è un uomo schivo, solo in apparenza irrilevante, dall’aspetto placido e ordinario: il fisico corpulento e gli occhiali spessi, uniti a modi compassati, schietti e rassicuranti che spingono in tanti a fidarsi di lui, celano una però una dipendenza compulsiva dal gioco d’azzardo, visto che Dan ogni settimana va ad Atlantic City a giocare al casinò i soldi dei suoi clienti. All’epoca della sua uscita il film, che fu un fiasco colossale (costo 10 milioni di dollari, ne incasso appeno 1), conobbe una discreta accoglienza di critica a dispetto di una quasi totale invisibilità presso il grande pubblico. Il nome del vero protagonista della vicenda, Brian Molony, fu cambiato in Dan Mahowny per l’eccessiva somiglianza col Primo Ministro canadese dell’epoca (Brian Mulroney), ma quel che conta è che, rivendendolo e riscoprendo a un po’ di anni di distanza, dopo le sfortune e la rimozione che l’hanno segnato, La doppia vita di Mahowny si configura come il racconto sommesso di un addiction apparentemente senza nome, senza cause e senza moventi.

Philip Seymour Hoffman è Dan Mahowny
Philip Seymour Hoffman è Dan Mahowny

È sempre difficile, per il cinema hollywoodiano, interrogarsi su un tema simile sposando questa nettezza e impassibilità di sguardo, perché nella grande maggioranza delle occasioni prevalgono lo psicologismo, il facile effetto di compassione e commiserazione, la parabola a orologeria che non risparmia l’immedesimazione telecomandata. Ne vengono fuori sicuramente più avvincenti – e nei casi in cui tali difetti sono evitati notevolmente più appetibili – di Owning Mahowny, che però nel suo piccolo faceva qualcosa di diverso, ovviamente azzardato: lavorava sotto traccia, infilandosi nel solco ombroso che le dipendenze sono capaci di incidere in zone remote dell’Io ancor prima che nella sfera pubblica. Sfuggendo sempre per prime a coloro che le vivono, abitando anfratti e angoli profondi dell’inconscio cui è difficile riconnettersi e dei quali è ancor più arduo venire a capo. L’aspetto più interessante, tuttavia, non è tanto la narrazione che La doppia vita di Mahowny mette in campo, tutta costruita su una stasi forzatamente anti-dinamica, dove le azioni sono preda di una ciclicità grigia e mortificante, quanto, manco a dirlo, la recitazione di Philip Seymour Hoffman.

Owning Mahowny
Una scena del film

La prova d’attore di Seymour Hoffman è, come più volte accaduto nel corso della sua carriera, un prodigio di misura e potenza scenica, un miracolo nella compresenza di equilibri sottilissimi e momenti di talento spericolato e incendiario. L’interprete di Truman Capote e The Master, come pochi altri colleghi della sua generazione, aveva la capacità di lavorare sulla pancia dei suoi personaggi, su caratteri vibranti e non riconciliati, riuscendo però a non superare mai la soglia dell’enfasi, della maniera, del metodo votato al puro metodo. I suoi erano personaggi di sottilissima, straziante disperazione, dove i malesseri rimanevano tutti inchiodati nelle viscere e davano la sensazione di essere sempre sul punto di esplodere. Non c’è mai una virgola fuori posto, nelle mimiche e nelle pose di Seymour Hoffman al cinema, eppure la sensazione è spesso quella che le sue incarnazioni cinematografiche patiscano, sotto la corazza che espongono, le pene dell’inferno.

Owning Mahowny
Owning Mahowny

Questo procedimento, che richiede una disciplina ferrea e meticolosa ma anche totale abnegazione (ben oltre il semplice manierismo dell’alienazione), è visibile anche nei momenti in cui il volto di Mahowny è piegato da un’emozione: le smorfie sono sempre evidenti, a fior di pelle, eppure non si ha mai la sensazione di comprenderle appieno. Sono frutto, probabilmente, di maledizioni lontane, di desideri inespressi non ricomposti, che per gioco ma anche per ripicca hanno generato sacche di desiderio ancora più grandi: zone d’ombra bulimiche, smodate, non più saziabili se non attraverso il continuo rilancio della posta in balio. Dove, a far saltare il banco, è sempre la (s)proporzione tra i traumi di chi vive una dipendenza e l’eccitazione di immaginare col contagiri lo spasmo fisico che ne deriverà. I film sul gioco d’azzardo sono tantissimi, e ben più memorabili, eppure è rarissimo vedere, nella rappresentazione di un tossicodipendente del gaming, un attore in grado di dargli un’umanità così verosimile.

Philip Seymour Hoffman
Philip Seymour Hoffman

Il confine tra pubblico e privato, nel caso di Philip Seymour Hoffman, è stato tragicamente scoperchiato nel momento in cui perse tragicamente la vita, privando gli amanti del cinema mondiale di chissà quante interpretazioni memorabili da quel momento agli anni a venire. Del suo talento tuttavia non ci smette mai di stupire, tanto che è rintracciabile in ampie dosi anche in film microscopici o dimenticati. Basta guardare il modo in cui gestisce le espressioni stanche di Mahowny: la stanchezza è il sentimento che chi non conosce le dipendenze tante sempre a sottostimare, immaginandole soltanto come un giro della morte perpetuo, mai domo e senza requie, e invece Seymour Hoffman, nel volto attonito del suo personaggio, coglie proprio questo spossamento, facendone il sentimento primario, il faro cui ricondurre tutto. Una maschera di saturazione talmente sorda e silenziosa da negarsi, oltre alle lacrime, anche ogni briciolo di autoassoluzione.

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