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John Waters e l’IA: “Può aiutare a curare il cancro, ma non a scrivere”

Il regista di Pink Flamingos interviene nel dibattito sull’intelligenza artificiale a Hollywood: favorevole al suo impiego nella ricerca scientifica, molto più scettico quando si parla di creatività e scrittura.

ROMA – Nel dibattito sempre più acceso sull’intelligenza artificiale e sul suo ruolo nell’industria dell’intrattenimento, anche John Waters ha deciso di prendere posizione. Il regista statunitense, autore di film cult come Pink Flamingos e da sempre considerato una delle voci più anticonformiste del cinema americano, ha espresso una visione piuttosto netta sul rapporto tra IA e creatività.

Secondo Waters, l’intelligenza artificiale può rappresentare uno strumento prezioso in ambiti come la medicina e la ricerca scientifica, dove potrebbe contribuire ad affrontare problemi concreti e migliorare la vita delle persone. Diverso, invece, il discorso quando si parla di scrittura e processi creativi.

Il regista ha infatti spiegato di non essere interessato a utilizzare l’IA per sviluppare testi o idee artistiche, raccontando di aver letto in passato contenuti generati artificialmente a partire dal suo stile e di averli trovati poco convincenti. Per Waters, il risultato appariva ancora acerbo e privo di quella voce personale che considera essenziale nel lavoro di uno scrittore.

La sua riflessione arriva in un momento in cui Hollywood continua a interrogarsi sulle opportunità e sui rischi legati all’intelligenza artificiale. Negli ultimi anni il tema è diventato centrale nelle discussioni tra autori, attori, produttori e sindacati, soprattutto per quanto riguarda la tutela della creatività, della proprietà intellettuale e del lavoro umano.

Pur riconoscendo il potenziale tecnologico dell’IA, Waters sembra dunque tracciare una linea precisa: la tecnologia può essere utile per risolvere problemi concreti, ma difficilmente può sostituire l’esperienza, l’immaginazione e l’unicità che stanno alla base di un’opera artistica. Una posizione che riflette le preoccupazioni di molti professionisti del settore e che continua ad alimentare una delle conversazioni più importanti del cinema contemporaneo.

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