ROMA – Isola è il film di esordio di Nora Jaenicke dopo tanti cortometraggi premiati. Il racconto ci fa immergere nella storia di due donne con una cosa in comune: l’isolamento. Qui ci avventuriamo nei meandri dei rapporti ossessivi, manipolatori e e di dominio. Il film parla di donne, donne prigioniere da se stesse e dal controllo.
Su un’isola remota al largo dell’Italia, Joanna ha abbandonato i suoi sogni d’artista dopo aver sposato Oskar, un geologo molto più anziano e oggi disabile. Isolata in una villa fatiscente, trascorre le giornate tra silenzi, routine e rassegnazione.L’arrivo di Ada, un’infermiera dura e pragmatica, sconvolge il fragile equilibrio domestico: tra le due donne nasce un legame ambiguo, carico di tensione e desiderio. L’ossessiva Ada finisce per oltrepassare il confine tra cura e controllo, mentre Joanna, alla ricerca di attenzione e libertà, rischia di sostituire una prigionia con un’altra. L’ingresso in scena di Joaquin, un giovane insegnante d’arte, offre a Joanna un barlume di passione e di vita nuova. Ma l’illusione si incrina quando l’uomo scopre che lei non ha alcun accesso alla fortuna del marito.
Partiamo dall’inizio: quando è nata l’idea di Isola? C’è stato un episodio, un luogo, un’immagine che ha acceso la scintilla?
«No, i temi di Isola sono argomenti che ho sempre trovato molto interessanti. Di solito le mie storie prendono forma a partire dalla psicologia dei personaggi. All’inizio avevo scritto un testo teatrale con protagoniste due donne molto diverse tra loro, ma in un certo senso anche simili. Versione dopo versione, man mano che approfondivo la sceneggiatura — inizialmente pensata per il teatro — ho imparato a conoscere sempre meglio le loro vicende. Da lì sono emersi temi che considero fondamentali: l’emancipazione femminile, i triangoli relazionali, la manipolazione, il controllo, e anche l’idea della cura come possibile strumento di dominio. A volte, infatti, chi si prende cura di noi può farlo con un intento nascosto, che non è davvero quello di aiutarci, ma di esercitare un certo potere. Credo che tutto ciò che leggiamo, guardiamo e viviamo lasci un segno, e che quello che scriviamo nasca da una sorta di inconscio collettivo, fortemente influenzato dai temi a cui siamo stati esposti e che ci hanno colpito più degli altri — forse perché, in qualche modo, risuonano con la nostra biografia. Non so esattamente come i temi della mia vita personale siano legati a quelli del mio primo lungometraggio, ma sono certa che ci sia una connessione. Probabilmente alcuni di questi temi mi toccano più da vicino di quanto io stessa riesca a rendermi conto… forse proprio perché sono troppo vicini».
Questo è il tuo esordio nel lungometraggio dopo molti corti premiati: che cosa non poteva più stare dentro la forma breve e aveva bisogno di diventare un film come Isola?
«Una storia complessa come Isola, che cresce lentamente seguendo le due protagoniste e porta a una tensione sempre più intensa man mano che il film avanza, non avrebbe potuto essere contenuta in un cortometraggio. Per raccontare un intreccio del genere, con tutto il suo sottotesto e le sue sfumature, era necessario avere più tempo e più respiro. In generale, la difficoltà che incontro con i cortometraggi è che finisco sempre per voler arricchire le mie storie. Scrivendo, i personaggi diventano — per così dire — più esigenti: chiedono più attenzione da parte di chi li crea, dello scrittore, dello sceneggiatore. E alla fine reclamano più spazio sullo schermo, perché la loro complessità non può essere compressa in pochi minuti»
L’Isola d’Elba nel film non è solo uno sfondo, sembra quasi un personaggio che condiziona le vite di tutti. Come hai lavorato perché il paesaggio parlasse del senso di isolamento delle protagoniste?
«In un certo senso l’isola è anche una metafora dell’isolamento: entrambe le protagoniste, infatti, vivono una condizione di solitudine profonda e cercano, ognuna a modo suo, una forma di emancipazione. Sono due donne prigioniere di un’esistenza che, fino a quel momento, è sempre stata dedicata agli altri. Ada è intrappolata nel suo ruolo di cura: sempre al servizio, sempre in uniforme, silenziosa, quasi annullata. Joanna, invece, è intrappolata prima in un matrimonio che la soffoca e poi in una relazione con un altro uomo manipolatore. La sua identità sembra costantemente definita dallo sguardo maschile: è attraverso gli uomini che viene vista, riconosciuta, perfino limitata. Sono, in fondo, due donne sole, costrette ad affrontare una solitudine che portano dentro, ma che è anche imposta dall’esterno, da dinamiche sociali che le hanno sempre marginalizzate. E l’ambiente che le circonda amplifica questa condizione: la natura dell’isola diventa uno specchio emotivo, con il vulcano che incombe come una presenza in attesa. Il vulcano rappresenta un’energia compressa: il desiderio, la rabbia, la trasformazione imminente di Joanna, e forse anche quella di Ada. Entrambe attraversano un percorso di emancipazione, e quella forza pronta a esplodere diventa immagine della loro identità che cerca finalmente spazio. Anche il titolo del film nasce da qui: Isola come luogo fisico ma anche come stato emotivo. Le due protagoniste desiderano liberarsi dall’isolamento, dalla solitudine, dall’essere in parte incomprese. Joanna cerca la libertà ma continua a legarsi a uomini — Oskar, e poi Joaquin — che la definiscono, la controllano, la imprigionano economicamente o emotivamente. Ada, invece, cerca a sua volta una forma di libertà, ma lo fa con un’intensità che diventa ossessione. In questo senso, temi come l’isolamento domestico, il controllo all’interno del matrimonio e la fatica di uscire da una relazione tossica sono estremamente contemporanei, e attraversano tutto il film»
L’isolamento domestico, il controllo del marito, la difficoltà di uscire da una relazione tossica sono temi molto contemporanei. Che cosa ti interessava raccontare, come donna e come regista, attraverso Ada?
«Ripensandoci ora, credo che uno degli aspetti più inquietanti — quelli che davvero fanno venire i brividi — emerga solo dopo, a film finito. Quando scrivevo Isola non avevo l’intenzione di fare un’analisi sulla condizione femminile, né contemporanea né storica. Non mi ero posta il problema di lanciare un messaggio. Eppure, ogni giorno, aprendo un giornale o ascoltando le notizie, torniamo sempre agli stessi fatti: donne economicamente dipendenti dal marito, donne che non hanno autonomia, donne che non possono muoversi liberamente. Recentemente ho letto che in Italia il 40% delle donne non ha un conto in banca. E ripensando a quella battuta del film — Joanna che racconta di aver dovuto rubare dei soldi al marito per andare a un colloquio di lavoro a Napoli, e poi essere stata rimproverata per questo — mi sono resa conto di quanto quella scena fosse, purtroppo, reale. Non l’avevo scritta con l’intento di denunciare qualcosa, ma rivedendo le notizie mi ha colpito la sua attualità. Forse perché vivendo a lungo all’estero avevo perso di vista certi numeri, anche se non è che altrove la situazione sia davvero migliore. La verità è che in gran parte del mondo la condizione della donna resta fragile, e questo vale anche nel cinema: sono ancora poche le autrici che possono raccontare storie dal proprio punto di vista. Si parla spesso di female gaze, della necessità di uno sguardo femminile che ridefinisca la percezione delle donne sullo schermo. Nel film ho scelto un contesto quasi sospeso, senza tempo, dove non è chiaro se ci troviamo negli anni Cinquanta o nei Duemila. Ma proprio per questo i temi centrali — la ricerca dell’identità, il desiderio di emancipazione, la libertà negata — rimangono universali e incredibilmente attuali»
Dirigere insieme Fanny Ardant e Joanna Kulig non è una cosa da tutti i giorni. Come hai lavorato con loro per creare questa tensione sottile, fatta più di sguardi e silenzi che di esplosioni?
«Le due attrici hanno affrontato il lavoro in modo profondamente diverso per Isola. Joanna aveva bisogno di un percorso lungo e condiviso: molte prove, molti confronti, un’immersione totale nel personaggio. Si è affidata completamente alla mia visione e alla mia guida, e questo mi ha profondamente commossa. La sua fiducia — soprattutto trattandosi del mio primo lungometraggio e con due interpreti di questo livello — mi ha dato un’autostima che forse non avrei avuto altrimenti. Senza quella fiducia, non so se avrei trovato il coraggio necessario per dirigere il film. Joanna aveva bisogno di essere accompagnata passo dopo passo, anche per via della lingua, e insieme abbiamo costruito un personaggio che si è trasformato rispetto a quello che avevo immaginato sulla carta. È normale: un attore porta domande, sensibilità, intuizioni, e il personaggio cresce insieme a lui. Fanny, invece, ha un metodo quasi opposto. L’ho capito subito: preferisce prepararsi da sola, plasmare il personaggio in autonomia, e poi presentarlo già vivo, già definito. Quando ci siamo incontrate a Parigi, dopo che aveva letto la sceneggiatura, si è emozionata e mi ha ringraziata per aver scritto Ada. Era innamorata di quel personaggio, del suo mistero, della sua ambiguità. Ciò che l’aveva colpita era proprio il fatto che nella storia nessuno è solo vittima o solo carnefice: tutti portano con sé zone di luce e zone d’ombra. È una narrazione complessa, dove la moralità non è mai netta. E questo vale anche per il percorso di Joanna: alla fine conquista una forma di libertà, ma resta la domanda essenziale — a quale prezzo? Qual è la conseguenza delle sue azioni? Trovo affascinanti queste domande, soprattutto oggi, in un mondo che tende a semplificare tutto, a chiederti da che parte stai, a dividere in buoni e cattivi. Invece i personaggi di Isola si muovono in quella zona grigia che appartiene all’essere umano. Temi che interessavano moltissimo anche a Fanny, che ama la letteratura russa, ricca di figure moralmente ambigue. Il processo di preparazione, quindi, è stato diverso per entrambe, ma insieme hanno costruito un loro universo, uno spazio condiviso di prove e intimità artistica. Spesso non avevano bisogno della mia presenza: lavoravano tra loro, cercando quell’equilibrio di tensione e complicità che è il cuore del film. Con Joanna, invece, il lavoro è stato molto più prolungato. Sono stata a Varsavia per settimane: abbiamo analizzato il testo, lo abbiamo persino tradotto in polacco per poterlo capire fino in fondo. È stato un processo lungo»
Isola è un thriller psicologico che punta molto sulle atmosfere. Che tipo di esperienza vorresti che lo spettatore portasse con sé uscendo dalla sala?
«A me piacciono quei film che continuano a lavorarti dentro anche giorni dopo la visione. Non i film che semplicemente ti intrattengono mentre mangi popcorn per poi passare oltre, ma quelli che ti restano addosso e ti spingono a farti domande. Con Isola spero che accada proprio questo: che lo spettatore si interroghi sulla condizione di questa donna, su ciò che fa e sulle ragioni profonde dei suoi gesti. Più che dare risposte, mi interessa che il film susciti interrogativi. Spero anche che chi guarda venga catturato dall’atmosfera, perché questa è la magia del cinema: per un momento ti porta altrove, ti fa vivere in un altro mondo. E naturalmente l’intrattenimento ha il suo valore, è parte dell’esperienza. Ma riguardando la storia, riflettendoci dopo la scrittura, mi sono resa conto di quanto i temi che tocca siano ancora oggi estremamente attuali e stimolanti da esplorare»
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