ROMA – Dopo aver lavorato tra cinema, televisione e teatro, da House of Gucci di Ridley Scott a Gomorra, Daniele Monterosi ha scelto di intraprendere un viaggio molto personale: partire per Città del Messico e seguire le tracce di Frida Kahlo nei luoghi in cui ha vissuto, amato e scritto. Da quella ricerca è nato Frida Letters, uno spettacolo che attraversa le lettere private dell’artista messicana per restituirne non il mito, ma l’umanità più autentica. In scena, Monterosi non costruisce una biografia tradizionale. Attraverso parole, silenzi e presenza, prova piuttosto a far emergere la voce viva di Frida, lasciando che siano le sue lettere a raccontare desideri, ferite, ironia e straordinaria vitalità. Un lavoro che nasce dall’esigenza di riportare il teatro alla sua essenza: l’incontro diretto tra esseri umani. Lo abbiamo intervistato per parlare di Frida Letters, del viaggio che lo ha portato in Messico e del significato che il teatro può avere oggi, in un tempo dominato dalla velocità e dalle immagini.
Frida Letters nasce dalle lettere private di Frida Kahlo. Quando hai letto quei testi per la prima volta, qual è stata la scoperta che ti ha colpito di più?
«Di Frida Kahlo oggi conosciamo tutti l’immagine. La troviamo ovunque: magliette, borse, muri, tatuaggi. È diventata un’icona potentissima. Ma proprio per questo, a un certo punto, mi sono chiesto: chi c’è dietro quell’immagine? Chi era davvero la donna prima del mito? Per cercare una risposta, due anni fa ho preso un aereo e sono andato a trovarla direttamente a casa sua, Casa Azul, a Città del Messico. Ho attraversato le sue stanze, seguito le sue orme nei luoghi in cui ha vissuto ed è così che il lavoro ha cominciato a prendere forma. Ho incontrato le sue lettere, ho iniziato a leggerle, raccoglierle, tradurle. La scoperta più forte è stata la libertà con la quale Frida si racconta. Nelle sue lettere non si protegge, non si abbellisce, non cerca di apparire migliore. È fragile, ironica, innamorata, furiosa, lucidissima, contraddittoria. A tratti scomoda. Sempre viva. Credo sia questo a renderla ancora così potente oggi. Non la perfezione dell’icona, ma l’imperfezione meravigliosa della persona. Frida continua a parlarci perché non ha paura di mostrarsi intera, anche nelle parti rotte. Frida Letters nasce proprio dal desiderio di avvicinarmi non alla Frida già trasformata in immagine, ma alla donna che scriveva, desiderava, soffriva, rideva, amava, resisteva».
Sostieni che Frida Letters non racconti solo Frida, ma la faccia accadere. Cosa significa concretamente portare in scena una presenza invece che una biografia?
«Significa non mettersi davanti a lei. Una biografia, per sua natura, organizza, spiega e ricostruisce. Io invece volevo provare a creare le condizioni perché fosse Frida ad arrivare direttamente al pubblico, attraverso le sue parole. Per questo nello spettacolo non mi interessa illustrare Frida Kahlo. Mi interessa attraversare le sue lettere come materia viva: voce, corpo, respiro, silenzio. Le lettere sono luoghi emotivi dentro cui c’è il pensiero, ma c’è anche il sangue, l’ironia, il desiderio, la rabbia, la fame di vita. Portare in scena una presenza significa accettare che non tutto debba essere spiegato. A volte una frase, una pausa, una parola detta nel modo giusto possono restituire molto più di un’intera ricostruzione cronologica. È anche un rischio, naturalmente. Perché in questo tipo di messa in scena non puoi nasconderti dietro nessuna forma. Sei lì, esposto totalmente. Rimangono il corpo, la voce, la temperatura emotiva del momento, il rapporto diretto col pubblico. Ed è così che, per me oggi, il teatro diventa necessario: quando qualcosa smette di essere raccontato da lontano e comincia ad accadere davanti a chi guarda».
Come hai scelto le lettere da inserire nello spettacolo e quali criteri hanno guidato questa selezione?
«Ho scelto le lettere pensando prima di tutto al viaggio che volevo far vivere al pubblico. All’inizio era importante dare un orientamento. Frida è conosciutissima come immagine, ma non tutti conoscono davvero la sua storia. Per questo la prima parte segue una traiettoria più cronologica: l’infanzia, il primo amore, l’incidente, la scoperta della pittura, Diego, il corpo, il dolore. Poi, poco alla volta, il racconto si libera dalla biografia e diventa qualcosa di più diretto. A quel punto non mi interessava più soltanto “dove siamo” nella vita di Frida, ma che cosa quella lettera faceva accadere in scena. Ho scelto le lettere che avevano una forza teatrale, non solo documentaria. Quelle capaci di restituire una temperatura: la paura, il desiderio, l’ironia, la vitalità, la solitudine, la rabbia, la tenerezza. Alla fine mi sono accorto che avevo costruito il racconto in un modo molto vicino ai suoi quadri. Ogni lettera era un colore. Alcune erano violente, altre intime, altre quasi luminose. Ma tutte, in qualche modo, erano vive».

Quale immagine o esperienza di quel viaggio in Messico è rimasta più impressa nel tuo lavoro artistico?
«Sono partito per Città del Messico portando con me diversi taccuini, pensando che avrei scritto molto. In realtà per molti giorni è successo il contrario. La città mi ha travolto. I colori, i suoni, gli odori, il cibo, le persone. Mi sono ritrovato più ad ascoltare che scrivere. Camminavo, osservavo, assorbivo. Pensavo di conoscere quella cultura, almeno in parte, e invece ho capito che la conoscevo pochissimo. E me ne sono innamorato. Quel viaggio mi ha aiutato a entrare nella storia di Frida dalla prospettiva giusta. Non da turista dell’icona, ma da attore che prova a ricostruire da dove arriva una voce. C’è però un momento che porto ancora con me. Dopo aver visitato Casa Azul, visto la cucina gialla, il grande tavolo di legno in sala da pranzo, lo studio con il suo ultimo quadro ancora sul cavalletto e i suoi letti, mi sono ritrovato quasi per magia nel suo giardino. Mi sono seduto, ho preso uno dei miei taccuini e lì ho iniziato a scrivere a dirotto. C’era un’energia speciale, non volevo più andare via. A un certo punto ha iniziato a fare buio, stavano chiudendo e mi hanno invitato a uscire. Ho scritto le ultime parole e proprio in quel momento una foglia si è staccata da un albero ed è caduta tra le pagine del taccuino. Quella foglia è ancora lì. La conservo a casa. Ogni tanto la riguardo e mi riporta immediatamente a quella sera, a quel viaggio, a quel giardino, a quel momento in cui ho sentito che Frida Letters stava trovando il suo centro».
Quanto è stato difficile trovare un equilibrio tra il mito di Frida Kahlo e la donna reale che emerge dalla sua scrittura privata?
«Meno difficile di quanto immaginassi. All’inizio avevo molto rispetto, quasi timore, per la grandezza del personaggio. Frida Kahlo porta con sé un immaginario enorme e il rischio era quello di aggiungere un’altra interpretazione sopra qualcosa che era già stato raccontato moltissime volte. Poi ho iniziato a leggere le lettere e il problema si è sciolto. Mi sono avvicinato alle sue parole con cura e rispetto, cercando di restituirle nel modo più fedele possibile. Ho capito presto che il mio lavoro era togliere, ascoltare, lasciarle spazio. Il mio compito è diventato questo: non mettermi troppo in mezzo. Frida non ha bisogno di essere resa più grande. Lo è già. Ma le lettere permettono di incontrarla più da vicino, in una dimensione meno monumentale e più umana. E lì, secondo me, diventa ancora più potente».
Nel progetto parli del teatro come di uno spazio necessario per “restare umani”. Perché senti che questa esigenza sia oggi così urgente?
«Credo che oggi non ci manchino le immagini, le parole o le informazioni. Quello che ci manca, alle volte senza nemmeno accorgercene, è la presenza. Siamo continuamente raggiunti da contenuti, video, stimoli, notifiche. Ma essere raggiunti incessantemente da qualcosa non significa incontrare realmente qualcuno. E questa differenza, per me, è enorme. Il teatro continua a essere necessario proprio per questo: perché crea una condizione tanto semplice quanto rara oggi. Persone nella stessa stanza, nello stesso tempo, ad ascoltare una storia insieme, provando emozioni insieme. Non puoi accelerare, non puoi saltare, non puoi consumare tutto in pochi secondi. Devi restare lì. Stare. E in quello “stare” succede qualcosa di antico: un corpo attraversa uno spazio, una voce rompe un silenzio e gli esseri umani si ritrovano. Con Frida Letters questa esigenza è diventata ancora più chiara. Le lettere di Frida diventano così un veicolo che ci riporta alla presenza e alla vicinanza. Ai sentimenti veri. Al contatto umano. Il mio lavoro oggi va in questa direzione: creare spazi in cui una storia possa ancora accadere davanti alle persone, senza essere consumata troppo in fretta».
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