ROMA – C’è qualcosa di profondamente familiare in Smart Working: non solo perché racconta una coppia alle prese con figli, casa e lavoro, ma perché mette in scena una quotidianità che negli ultimi anni è diventata quella di molti. Svevo Moltrasio, qui alla sua seconda regia, sceglie di affrontare questo scenario con i toni della commedia, costruendo una storia che osserva le abitudini contemporanee senza trasformarle in una lezione o in una denuncia. La vicenda ruota attorno a Giuliano, interpretato da un bravissimo Maccio Capatonda, protagonista di una prova davvero convincente. Per lui il lavoro da remoto non è soltanto una modalità organizzativa, ma la possibilità concreta di costruire una quotidianità più equilibrata accanto alla moglie Laura (Sara Lazzaro). Mentre i due progettano il loro futuro tra una nuova casa e l’arrivo di un altro figlio, l’uomo vede però vacillare questa stabilità quando l’azienda in cui lavora inizia a dubitare dell’efficacia dello smart working.
Convinto che il problema risieda nelle difficoltà di alcuni colleghi ad adattarsi al nuovo sistema, Giuliano decide di aiutare i colleghi a lavorare da remoto per evitare che tutto torni come prima. Il tentativo di aiutare gli altri, tuttavia, finisce per complicare la sua stessa vita. Quella che doveva essere una casa tranquilla diventa infatti un luogo sempre più affollato e imprevedibile, dove lavoro e vita privata finiscono per confondersi senza alcun confine. Tra situazioni surreali, convivenze forzate ed equilibri che saltano, Giuliano si troverà a fare i conti con le conseguenze di una scelta presa con le migliori intenzioni. La forza del film sta soprattutto nella capacità di trovare comicità nelle piccole assurdità della quotidianità. Moltrasio costruisce una serie di situazioni che sfiorano il paradosso senza perdere il contatto con la realtà, mantenendo un tono leggero ma mai superficiale. Dietro le battute e gli incidenti di percorso emerge infatti una riflessione sul bisogno di vicinanza e su quanto, nonostante la tecnologia prometta di accorciare le distanze, le persone continuino a cercare una presenza concreta.
Sorprende soprattutto Maccio Capatonda, qui più contenuto rispetto alle sue interpretazioni abituali. Giuliano è un uomo che cerca di adattarsi agli eventi piuttosto che dominarli, e proprio questa sua normalità finisce per renderlo credibile e spesso molto divertente. L’attore abbandona gran parte delle sue maschere più note e trova una misura diversa, più discreta ma efficace. Smart Working funziona soprattutto quando osserva le fragilità dei suoi personaggi e le trasforma in momenti di umanità prima ancora che di comicità. Dietro le battute emerge infatti una riflessione sul bisogno di vicinanza e sulla natura dei rapporti umani in un’epoca sempre più mediata dagli schermi. Il film suggerisce come la tecnologia possa semplificare molti aspetti della vita quotidiana, ma ricorda anche che non è in grado di sostituire del tutto il valore della presenza fisica, della condivisione degli spazi e delle relazioni dirette. Moltrasio propone uno sguardo equilibrato sulle contraddizioni della modernità. Smart Working è una commedia che diverte con intelligenza e che trova nella semplicità del suo racconto la propria forza maggiore. Un film capace di parlare del presente con leggerezza, senza rinunciare a una riflessione sincera su come lavoriamo, viviamo e ci relazioniamo agli altri in un mondo sempre più connesso ma non necessariamente più vicino.
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