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INTERVISTE | Emine Meyrem: «Afife non cerca di sedurre, non si giustifica, non chiede permesso»

L’attrice di Amare e perdere racconta un personaggio fuori dagli stereotipi, il valore della rappresentazione e il coraggio di dire no.

ROMA – Ci sono personaggi che entrano in scena chiedendo attenzione. Afife no.
Non si spiega, non si giustifica, non smussa i propri spigoli per risultare più accettabile. Scrive, agisce, prende posizione. E nel farlo diventa qualcosa di raro: una donna raccontata senza il bisogno di essere corretta, simpatica o rassicurante.

In Amare e perdere, disponibile su Netflix, Afife prende corpo attraverso lo sguardo e la sensibilità di Emine Meyrem, attrice bilingue e profondamente transnazionale, capace di attraversare lingue, paesi e immaginari senza perdere coerenza. Il suo percorso artistico si muove tra cinema d’autore, teatro e serialità internazionale, guidato da una costante: la ricerca della verità.

Afife è una donna che lavora, ama, lotta e sbaglia senza chiedere il permesso, incarnando una possibilità diversa di racconto femminile, oggi più che mai necessaria. Abbiamo incontrato Emine Meyrem per parlare di Afife, di identità che non si lasciano ridurre a un’etichetta, di responsabilità narrativa e di cosa significhi, oggi, scegliere quali storie raccontare — e quali, invece, avere il coraggio di rifiutare.

1)    In Amare e perdere interpreti Afife, una donna che unisce scrittura, attivismo e ironia. Cosa ti ha colpito di più di questo personaggio e senti che in qualche modo dialoga con il presente?

Quando ho letto la descrizione del personaggio nella prima fase del provino, la cosa che mi ha colpito di più è stata la sua somiglianza con me. Anche la mia agente, che mi conosce da più di dieci anni, mi disse: «Ma questa sei tu!». Poi, man mano che il provino andava avanti e che scoprivo il modo di parlare e di relazionarsi con gli altri di Afife, questa sensazione è cresciuta sempre di più.

Bisogna sapere che dietro la scrittura di questa storia c’è un grande autore, Yavuz Turgul, un maestro del cinema turco, poco conosciuto all’estero ma che in Turchia è un’istituzione. Negli anni ’80 ha rivoluzionato il cinema turco, creando un linguaggio insieme popolare e d’autore. Lui stesso mi ha chiamata nel 2017 per un ruolo principale, alla ricerca di un volto poco conosciuto. Dopo due mesi di provini, di andate e ritorni a İstanbul, è stata però scelta un’altra attrice e la mia delusione fu grande.

Quando mi ha ricontattata all’inizio del 2024 per il ruolo di Afife, mi ha detto: «Sette anni fa non abbiamo lavorato insieme, ma sono sette anni che ti penso e questa volta ti propongo un ruolo fatto su misura per te», ed era vero. Mi aveva osservata nei minimi dettagli durante quei giorni di provini e aveva visto l’Afife che è in me.

Io però sono meno coraggiosa di Afife, perché vivo in Europa e sono cresciuta con tante libertà che spesso diamo per scontate. Mi ha colpito molto il suo coraggio: per esempio, io non sono mai stata in prima fila a una manifestazione oppressa dalla polizia come lei, anche se ne ho fatte tante. Allo stesso tempo, mi riconosco nell’energia che mette nei suoi impegni, nella sua determinazione, nella creazione artistica e anche nella sua ironia. Amo il suo senso dell’umorismo e il suo lato goffo e imbranato.

È la prima volta che interpreto una donna un po’ burlesca e, anche se in questo ci assomigliamo — perché i miei amici mi considerano la regina delle gaffe — non avevo mai esplorato questo lato in un personaggio prima di lei: ho sempre interpretato ruoli intensi e tragici. Mi sono divertita tantissimo a farlo. Afife è tutta d’un pezzo: non cerca di sedurre, non si giustifica, non chiede permesso. In questo è una donna attuale, contemporanea, e dialoga sia con il presente che con il futuro.

2)    Quanto il tuo essere bilingue e “transnazionale” influenza il modo in cui costruisci un personaggio, soprattutto in una serie pensata per un pubblico globale?

Siamo tutti esseri complessi, pieni di contraddizioni. Un personaggio scritto bene e credibile, secondo me, deve avere tutte le sfumature di un essere complesso: non può limitarsi a un archetipo, così come un’identità non può limitarsi a una nazionalità.

Padroneggio quattro lingue e sono italo-turca. Mi considero una persona fortunata perché sono cresciuta con più lingue, immersa in culture diverse. Questa appartenenza a più culture secondo me mi aiuta ad afferrare la molteplicità di un personaggio e a restituirlo in tutta la sua verità.

Afife, poi, è un personaggio universale: potrebbe perfettamente essere una romana che gestisce una trattoria a Trastevere o una messicana che ha una taquería su una spiaggia. Parlerebbe allo stesso modo con l’usuraio che bussa alla sua porta. Tutte le donne del mondo, secondo me, possono ritrovarsi in lei. Forse anche questo spiega il successo internazionale della serie.

3)    Pensi che oggi il cinema e le serie abbiano una responsabilità particolare nel raccontare un certo tipo di figure femminili?

Assolutamente sì. Un conto è rappresentare la realtà di una società, un conto è presentarla come normale senza sottolineare che c’è qualcosa che non va. Non dico che farò sempre personaggi di donne forti o femministe: posso e devo, in quanto attrice, entrare in empatia anche con una donna che subisce la sua sorte.

Ma se un autore decide di raccontare le ingiustizie di una società, ha la responsabilità di presentarle come qualcosa di malsano, di disfunzionale per la società. Presentandole senza uno sguardo critico, come se fossero la norma, contribuirebbe all’accettazione di queste stesse consuetudini, soprattutto quando si rivolge ad un pubblico largo.

È proprio per questo che ho rifiutato tantissime proposte nella mia carriera. Non aderisco alla rappresentazione della donna nella maggior parte delle serie turche. Yavuz Turgul è stato coraggiosissimo nel creare un personaggio femminile come Afife nell’industria turca, e ha avuto un doppio coraggio: non solo nel creare Afife, ma anche nello scegliere un’attrice come me, che non corrisponde ai canoni di bellezza di quell’industria.

Affiancare a un attore amatissimo come İbrahim Çelikkol una donna della sua stessa età, non rifatta, non una ventenne come spesso succede, è una scelta per nulla scontata. È una presa di posizione, ed è importante affermarlo.

4) Dal debutto cinematografico in Sonar di Jean-Philippe Martin fino a oggi, c’è un filo rosso che unisce le tue interpretazioni? Come sei cambiata?

Il filo rosso è sempre la ricerca della verità. Ogni personaggio che interpreti merita di essere restituito con onestà, senza artifici. Il primo approccio è sempre intellettuale — chi è il personaggio, da dove viene, a quale mondo appartiene — e poi, per capire i suoi meccanismi di difesa che ne determinano il comportamento, devi provare empatia. Anche se è lontano da te, devi trovare un punto di contatto.

Man mano che costruisci il personaggio cominci a sentirlo sotto la pelle, a pensare come lui, a sognare ciò che sognerebbe lui. Recitare è usare l’immaginazione in modo radicale: creare un mondo e viverci dentro, ma soprattutto crederci.

Questo mio approccio all’interpretazione non è cambiato. Certo, non sono mai stata così esposta in vita mia: stiamo parlando di Netflix, e la serie, dopo neanche una settimana dalla diffusione, è nel top 10 al livello mondiale. Ma questo non cambia il fatto che il prossimo ruolo che avrò lo preparerò allo stesso modo in cui ho sempre fatto, dedicandomici anima e corpo.

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