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RECENSIONE | Marty Supreme: il sogno americano portato all’estremo (e Timothée Chalamet pronto al suo primo Oscar)

Il nuovo film di Josh Safdie parte da uno sport di nicchia per raccontare l’ossessione del successo. E regala a Timothée Chalamet il ruolo più adulto e adrenalinico della sua carriera. Dal 22 gennaio al cinema distribuito da I Wonder Pictures e Unipol Biografilm Collection.

ROMA – Cosa siamo disposti a fare pur di diventare qualcuno? Marty Supreme parte da qui, da una domanda semplice, e la spinge sempre più avanti, fino a trasformarla in un’esperienza adrenalinica, caotica, umana. Il nuovo film di Josh Safdie, in arrivo nelle sale italiane dal 22 gennaio, è uno di quei titoli che ti fanno uscire dal cinema con il cuore ancora accelerato e la sensazione di aver assistito a qualcosa di gigantesco.

Ambientato nella New York del 1952, Marty Supreme racconta la storia di Marty Mauser, giovane commesso di un negozio di scarpe del Lower East Side che sogna di diventare un campione di ping pong e di portare finalmente l’attenzione del pubblico americano su uno sport considerato di nicchia. È un sogno che nessuno prende sul serio, ed è proprio per questo che Marty decide di inseguirlo fino in fondo, trasformando l’ambizione in ossessione e la determinazione in una corsa senza freni.

Il film si presenta inizialmente come un racconto sportivo, quasi rassicurante, ma è solo un punto di partenza. Safdie usa quella struttura per smontarla dall’interno e portare il film altrove: dentro una riflessione feroce e spesso ironica sul mito del self-made man, sull’idea di successo come performance continua, sull’identità costruita a forza di desiderio e bugie.

Al centro di tutto c’è Timothée Chalamet, che qui firma una delle prove più magnetiche della sua carriera. Marty è arrogante, contraddittorio, impulsivo. Un personaggio che mente, scappa, si reinventa costantemente, sempre un passo più avanti della realtà. Chalamet non cerca mai di renderlo “simpatico” a tutti i costi: lo espone, lo attraversa, lo vive con il corpo e con i nervi. Ed è proprio per questo che riesce a restare vulnerabile e, soprattutto, disperatamente vivo. Guardandolo, è difficile non pensare che questo sia il ruolo della maturità, quello che consacra Chalamet come attore adulto. Se si parla già di Oscar, non è un’esagerazione: Marty Supreme sembra cucito addosso a lui.

Attorno a Chalamet si muove un cast sorprendente e volutamente eterogeneo, che include Gwyneth Paltrow, Odessa A’zion, Tyler, the Creator, Abel Ferrara e Fran Drescher. Un universo popolato anche da volti non professionisti che contribuiscono a rendere il film sporco, vitale, imprevedibile.

Marty Supreme è un film eccessivo, travolgente, a tratti spiazzante. Safdie non cerca l’equilibrio, ma l’urgenza. Ti inganna per mezz’ora e poi accelera, cambia direzione, rilancia. È proprio in questa instabilità che trova la sua forza: nel raccontare un personaggio che vive costantemente in tensione verso il futuro, innamorato dell’idea di diventare qualcuno più che delle persone che lo circondano.

Senza bisogno di spiegare troppo, il film parla di crescita, fallimento, identità e desiderio. E lo fa con un’energia rara, che ti resta addosso anche dopo i titoli di coda. Marty Supreme è un film meraviglioso e adrenalinico, che usa lo sport come pretesto per raccontare qualcosa di molto più grande: il prezzo dei sogni e il fascino pericoloso del successo.

Ed è proprio uscendo dalla sala, con l’adrenalina ancora addosso, che una cosa è chiara: questo non è solo uno dei film più attesi dell’anno, ma anche quello che potrebbe segnare definitivamente la carriera di Timothée Chalamet. Un’opera che corre, rischia e che difficilmente si dimentica. Nelle sale italiane dal 22 gennaio distribuito da I Wonder Pictures e Unipol Biografilm Collection.

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