ROMA – Non è un film sulla malattia. O almeno, non nel modo in cui ci si aspetterebbe. Nino, esordio alla regia di Pauline Loquès, prende una diagnosi devastante e la sposta subito altrove: sul tempo, su come lo abitiamo, su quanto spesso lo diamo per scontato. Al centro c’è Nino Clavel, ventinove anni, una vita fatta di decisioni rimandate e possibilità lasciate aperte. Poi qualcosa si rompe. E quello che sembrava infinito si restringe improvvisamente a tre giorni. Non per risolvere tutto, ma per iniziare – forse per la prima volta – a guardarsi davvero.
Abbiamo incontrato Théodore Pellerin a Villa Medici, protagonista di un’interpretazione tutta giocata in sottrazione, dove il non detto pesa più delle parole. Il suo Nino non esplode mai, non cerca il melodramma, non si concede scorciatoie. Resta lì, in una tensione costante, fatta di micro-movimenti, sguardi e silenzi che raccontano molto più di qualsiasi dialogo. È proprio in questa scelta che il film trova la sua forma più radicale: non accompagnare lo spettatore, ma metterlo nella stessa posizione del protagonista. Costringerlo a restare, ad ascoltare, a condividere quel senso di sospensione che attraversa ogni relazione. Perché Nino è anche questo: un film su tutto ciò che non riusciamo a dire, soprattutto alle persone che abbiamo più vicino.
Intorno, Parigi. Bellissima, ma distante. Quasi fuori fuoco. Non è più solo uno spazio fisico, ma uno stato mentale, un riflesso dello sguardo di Nino che cambia mentre cambia la percezione del tempo. Le strade, gli incontri, i momenti più ordinari si caricano di un peso nuovo, come se ogni dettaglio fosse improvvisamente definitivo. E allora la domanda che il film lascia non riguarda la fine, ma il presente. Non quanto tempo abbiamo, ma cosa scegliamo di farne. Nino non offre risposte, ma apre uno spazio. Un vuoto preciso, in cui è difficile non riconoscersi.
- VIDEO | Qui l’intervista completa a Théodore Pellerin:





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