ROMA – C’è qualcosa di profondamente inquieto in Good Boy, e non riguarda solo la sua atmosfera claustrofobica o la tensione che attraversa ogni scena. Riguarda l’idea, più sottile e universale, di voler cambiare qualcuno in nome del bene. Con il suo nuovo film, al cinema dal 6 marzo, Jan Komasa torna a esplorare le zone grigie dell’animo umano e lo fa con uno sguardo lucido, quasi chirurgico, che mette lo spettatore davanti a una domanda scomoda: dove finisce la cura e dove inizia il controllo?
Protagonista del film è Tommy, un ragazzo cresciuto nel caos che si risveglia incatenato nel seminterrato di una casa isolata. A tenerlo prigioniero è una coppia benestante, convinta di poterlo rieducare, di trasformarlo in un “bravo ragazzo”. Ma quella che viene presentata come una seconda possibilità assume presto i contorni di un esperimento morale, di una prigione in cui l’amore si intreccia alla manipolazione e la protezione si confonde con il possesso. Komasa, al suo primo film in lingua inglese dopo Corpus Christi e The Hater, costruisce un racconto teso e stratificato che scava nella complessità dei rapporti di potere.
In un’epoca in cui tutto è esposto, giudicato e corretto, anche il desiderio di aiutare può trasformarsi in una forma di dominio. Il film diventa così una metafora potente della contemporaneità: la sicurezza può apparire rassicurante, persino salvifica, ma a quale prezzo? E quanto siamo disposti a sacrificare della nostra identità pur di essere accettati, normalizzati, “aggiustati”? L’intervista completa a Jan Komasa è disponibile sul nostro canale YouTube.
- VIDEO | Guarda qui l’intervista completa:
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