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Il Gigante e l’incolmabile assenza di una leggenda chiamata James Dean

L’amore di Scorsese, Elizabeth Taylor, Rock Hudson, e quell’incidente in auto

Il Gigante e il talento di James Dean
Il Gigante e il talento di James Dean

MILANO – «L’ho visto più di quaranta volte. Non mi piace il romanticismo ovvio, anche se molto studiato, ma qui c’è molto più di quanto la gente abbia visto. È un film che ha a che fare con la rappresentazione di uno stile di vita nel corso delle decadi: vedi le persone crescere», parola di Martin Scorsese che nel 1978 parlò de Il gigante di George Stevens (lo trovate su CHILI) come uno dei suoi film del cuore: «È un film stimolante, non intendo solo moralmente, ma visivamente». De Il gigante ha amato praticamente tutto: «Mi piace James Dean, mi piace l’uso della musica, mi piace l’immagine della casa di Boris Leven e i suoi cambiamenti nel corso del tempo». C’è però una scena in particolare che sembrerebbe che Scorsese abbia amato particolarmente: quella in cui Luz Benedict (Mercedes McCambridge) subisce l’incidente fatale determinando poi il vero inizio della narrazione di Stevens.

L’immagine ampia che fece impazzire Martin Scorsese

«Ho sempre amato l’immagine ampia di Luz che cavalca il bronco, poi tagliata su un primo piano estremo di lei che colpisce il bronco con lo sperone, quindi si ritorna all’immagine ampia», un raffinato gioco registico di dettagli e panoramiche dal ritmo netto che finiscono con il gettare Il gigante nel dramma funereo per poi sguinzagliare la forza dei suoi solidi archi narrativi, ma andiamo con ordine. Tratto dall’omonimo romanzo di Edna Ferber del 1949 che andò a chiudere un’ideologica trilogia a tema razziale dopo Show Boat e Cimarron (entrambi adattati al cinema, Cimarron perfino due volte tra il 1931 e il 1960), con l’uscita al cinema (presentato a New York il 10 ottobre 1956) Il gigante diverrà un bestseller da sogno con oltre 52 milioni di copie vendute nel 1956. Pur essendo chiaramente un’opera di finzione, c’è un fondo di sincera verità tra le maglie narrative del racconto.

Il gigante tra Edna Ferber e George Stevens

Il personaggio di Jordan Benedict (Rock Hudson) e la descrizione compiuta nel romanzo del Reata Ranch con i suoi 825.000 acri di ampiezza, sono liberamente ispirati a Robert J. Kleberg Jr. e al suo King Ranch di Kingsville la cui stessa vastità territoriale – oltre a comprendere sei porzioni di contee texane tra cui la Kleberg County e buona parte della Kenedy County – vide un’utilizzazione da allevamento mandriano i primi tempi, per poi evolvere in petrolifera. Lo stesso vale per Jett Rink (James Dean) anch’egli liberamente ispirato all’epica del self-made-man di Glenn Herbert McCarthy dalla pressoché identica inerzia narrativa. Per l’originale Il gigante la Ferber fece infatti specifiche indagini tra le famiglie texane per darvi consistenza e credibilità. Incontrò McCarthy allo Shamrock Hotel di Houston dove fu ospite per un paio di giorni e su cui baserà il fittizio Emperador Hotel.

Il Jett Rink di James Dean giunto al declino in una scena de Il gigante
Il Jett Rink di James Dean giunto al declino

Chi ha visto Il gigante lo sa già, l’Emperador entra in scena in uno dei momenti chiave del racconto. Quella suggestiva climax avvolta nel chiaroscuro dei fumi dell’alcool e di una rivalità decennale fatta di sgarbi, raggiri, amori inespressi e altri malcelati, che vede infine la resa dei conti tra i Benedict e quel Rink a cui la Farber prima, e Stevens poi, cucirono addosso un arco narrativo che è piena espressione del sogno americano alla base del Mito della Frontiera portato però ai suoi massimi livelli di successo, ricchezza e infine avidità, ma al punto che quando Benedict/Hudson è sul punto di dare una lezione a Rink/Dean, sceglie di non farlo perché «Non meriti nemmeno di fare a pugni, sei un uomo finito». Questo a completamento di un’opera immensa se non brobdingnagiana per usare un termine caro agli amanti de I viaggi di Gulliver di Jonathan Swift.

Il torrido Texas di Stevens

Quasi a tener fede al suo titolo infatti è tutto gigantesco nella narrazione de Il gigante, e non solo in funzione della sua natura registica da kolossal dal minutaggio monstre di oltre 200 minuti. Si respira grandiosità nella atmosfere de Il gigante e di un’epica che, sullo sfondo di un Texas caldo, immenso e torrido di cui Stevens ci fa sentire l’arsura tra panoramiche e campi lunghi dalla profondità di campo a perdita d’occhio, mette in scena un dramma sociale a cornice Western di discriminazioni razziali e misoginia, tradizione e progresso, ma anche riscatto, emancipazione e auto-affermazione, che guarda al cuore dell’America e della differente essenza americana tra West Coast ed East Coast. Un film di uomini e donne, quei Rock Hudson, Elizabeth Taylor, ma soprattutto James Dean dai talenti strepitosi e colorati la cui vita verrà cambiata per sempre all’indomani della fine della lavorazione.

L’essenza americana tra West Coast ed East Coast

Da parte sua Hudson si è sempre mostrato orgoglioso della sua performance: «Se fai un filmaccio come Il figlio di Kociss non importa se sperimenti una scena e questa non va come previsto, chi se ne accorgerà? Ma metti caso che funziona, potrai sempre usarlo per un film migliore come Il gigante». Stevens lo scelse dopo averlo ammirato in una sparatoria nel Western Il diario di un condannato. C’erano in realtà ben altri papabili come Jordan Benedict, ma nessuno dei vari Clark Gable (su cui mise il veto direttamente Jack L. Warner in persona), William Holden e Gary Cooper, era convincente per interpretarlo in giovinezza. Ironicamente, come parte della direzione degli attori, Stevens indicò ad Hudson numerosi film di Cooper tra cui Il sergente York (di cui potete leggere qui) e Mezzogiorno di fuoco (di cui potete invece leggere qui) per entrare nella parte.

Rock Hudson ed Elizabeth Taylor in una scena de Il gigante
Rock Hudson ed Elizabeth Taylor sono Jordan e Leslie Benedict

Lo coinvolse perfino nella scelta dell’attrice che avrebbe dovuto dare volto e corpo alla tenace Leslie. In origine sarebbe dovuta essere Audrey Hepburn ma alla fine la scelta ricadde su una fra Grace Kelly e la Taylor: la spuntò l’immortale Liz che finì con intrecciare una grande e profonda amicizia con il suo marito scenico, ma al punto che, anche se dopo Il gigante i loro cammini attoriali si intrecciarono in una sola altra occasione (Assassinio allo specchio), gli fu vicino nel periodo in cui a Hollywood si iniziò a spettegolare sulla sua omosessualità e nella malattia che lo portò poi alla morte per complicazioni da AIDS nel 1985. Nei confronti di Dean entrambi si approcciarono con risultati diametralmente opposti: se Hudson lo detestava per via della sua fedele osservanza al Metodo che finì con il renderlo un antisociale, con la Taylor ebbe un rapporto magnifico ma scostante.

Elizabeth Taylor e Rock Hudson in una scena de Il gigante
Elizabeth Taylor e Rock Hudson

Dean ci teneva tantissimo a prendere parte a Il gigante. Era sulla bocca di tutti e nel pieno della sua ascesa tra La valle dell’Eden e Gioventù bruciata – al punto (letteralmente) da non fermarsi per un attimo tra un progetto e l’altro – pur di dare volto e corpo a Jett Rink accettò come paga il minimo sindacale. L’entusiasmo però durò (molto) poco. Per usare le parole di George Stevens Jr. fu una lavorazione difficile quella de Il gigante: «Ci vollero più di tre anni, Fu un film difficilissimo afflitto da problemi di tempo e di salute. Superò di 44 giorni i tempi previsti dal piano di lavorazione, di gran lunga il budget da 3 milioni di dollari, e finì per durare molto più delle previste due ore e mezzo di minutaggio». Difficoltà principalmente riconducibili alla direzione di Dean: i due litigarono costantemente.

Elizabeth Taylor e James Dean

Ma al punto che, oltre a chiamarlo Fatso alla sue spalle (da questa storia Orson Welles tirerà fuori il concept alla base de L’altra faccia del vento), Dean si divertiva a rovinare volontariamente le scene nei modi più assurdi. Sembrerebbe che una volta Dean avesse deliberatamente urlato «Taglia!» nel mezzo di una scena per poi calarsi i pantaloni e mettersi a urinare davanti alla troupe e ad alcuni fortunati visitatori. Proprio non riuscì a prendersi con Stevens. Il cui metodo registico fu etichettato da Dean come 24 ore su 24: filmava una scena da più angolazioni così da amplificarne la vita registica. I problemi tra Il gigante e Dean iniziarono però a monte: dal pranzo-stampa! L’ex-Jim Stark non solo arrivò stanco e in ritardo, ma quando si trattò di fare la foto inaugurale finì con il mettere degli occhiali da sole a clip sull’obiettivo della fotocamera.

James Dean è Jett Rink in una scena de Il gigante
James Dean è Jett Rink

Il motivo? Anche per via della concomitanza tra le lavorazioni Gioventù bruciata/Il gigante Dean non era mai realmente uscito dal personaggio di Stark. Nelle pause dalla lavorazione, oltre a chiedere ai cowboy locali di insegnarli a usare il lazo, era solito prendere una delle Chevrolet malandate che la Warner aveva regalato ad ogni membro principale del cast, per andare fuori città a sparare ai conigli con una pistola a pallini: fu l’ultima goccia! Dopo numerose lamentele per guida spericolata ed eccesso di velocità la Warner gli proibì l’auto finché fosse sotto contratto: e Dean amava correre, amava il brivido, amava la velocità. Oltre a un breve passato da pilota dilettante era possessore di una motocicletta Triumph 500cc TR5, una Porsche 356 Super Speedster bianca e una Porsche 500 Spyder argento. Eppure (e più avanti nella lettura scoprirete perché) tutto in questa vicenda suona tremendamente ironico se non grottesco.

James Dean in una scena de Il gigante
James Dean non uscì mai dal personaggio

Dovete sapere che nel pieno della lavorazione Dean fu ingaggiato dalla Warner Bros Presents per un messaggio promozionale al fine di sensibilizzare il pubblico alla sicurezza alla guida. Nel video apparve Dean con i suoi abiti di scena assieme all’attore Gig Young. In uno scambio dialogico opportunamente costruito a tavolino, Dean guardò in camera per poi pronunciare la seguente frase: «La gente dice che le corse sono pericolose, ma preferisco correre il rischio in pista ogni giorno piuttosto che in autostrada» – per poi aggiungere mentre stava per uscire dalla stanza – «Guida in sicurezza perché la vita che salvi potrebbe essere la mia». Conclusasi la lavorazione de Il gigante il veto fu finalmente rimosso. Dean avrebbe dovuto competere in un rally a Salinas, California. Quella mattina del 30 settembre 1955, mentre si preparava alla gara, fu fermato da un agente di Polizia che lo riconobbe immediatamente.

James Dean in una scena de Il gigante
«Guida in sicurezza perché la vita che salvi potrebbe essere la mia»

Dopo avergli consegnato una bella multa per eccesso di velocità – ed essersi fatto spiegare le dinamiche dell’evento – l’agente diede un consiglio a Dean: «Guarda che non devi per forza vincerla quella gara a Salinas, rallenta!». Poche ore dopo ebbe un incidente violentissimo. Un frontale che fece capovolgere la sua Porsche atterrando sul lato opposto del guardrail fino a ridursi un ammasso informe di metallo che la Polizia del luogo descrisse come «Sembrava esplosa». E Dean? L’impatto gli schiacciò gran parte del cranio e il colpo di frusta che lo spedì all’indietro fu così forte da spezzargli l’osso del collo: morì sul colpo a 24 anni, ad esattamente una settimana dalla fine delle riprese de Il gigante. La notizia della morte tanto scosse la Taylor da cadere in un profondo stato di depressione da lutto che la costrinse in ospedale per due settimane.

Elizabeth Taylor in una scena de Il gigante
Elizabeth Taylor e le conseguenze della morte di Dean

Eppure Il gigante doveva essere portato a casa, ad ogni costo. Stevens ci credette tantissimo. Dopo Il cavaliere della valle solitaria del 1953 un film come Il gigante rappresentava ai suoi occhi la definitiva consacrazione. Per usare le parole di Stevens Jr. «Credeva talmente nel romanzo della Farber, nel suo giovane cast e in sé stesso, da aver lavorato per tre anni senza essere pagato: preferì investire sul talento e sul risultato finito». L’evento luttuoso di Dean dilatò i tempi di post-produzione fino a un anno intero costringendo la Warner ad un lavoro maniacale e meticoloso di sound mixing con Nick Adams chiamato a sovraincidere alcune battute appena impercettibili di Dean. Dei suoi tre grandi film riuscì a prendere parte solo alla prima de La valle dell’Eden, il resto gli fu spazzato via dal buio dell’oltretomba, compreso il suo prossimo ruolo.

James Dean: un talento irresistibile

Quello del pugile Rocky Graziano nel film Lassù qualcuno mi ama della Metro-Goldwyn-Mayer come scambio di favori con la Warner dopo che la Taylor della scuderia MGM aveva preso parte a Il gigante. Al suo posto Paul Newman che di lì in avanti – un po’ alla maniera del tristemente similare mismatch River Phoenix/Leonardo Di Caprio negli anni novanta – vedrà la sua carriera in rapida ascesa. Perché nulla ci toglie dalla testa che script come La gatta sul tetto che scotta, Hud il selvaggio, Lo spaccone, e lo stesso Nick mano fredda, sarebbero potuti essere perfetti per il talento caotico-introverso ma esplosivamente estroverso di James Dean. La vita ha scelto diversamente, il tempo anche, ciò che resta a noi spettatori degli anni duemila è il rimpianto di un talento follemente precoce e dolorosamente inespresso.

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Qui sotto potete vedere il trailer del film:

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