ROMA – È un personaggio attraversato da silenzi, fragilità e contraddizioni quello interpretato da Giorgia Spinelli in Passion Club, il corto scritto, diretto e prodotto da Michele Capuano presentato in anteprima al Giffoni Film Festival. Aurora è una giovane guardia giurata che porta dentro di sé ferite profonde e una difficoltà nel mostrarsi agli altri, fino a quando l’incontro con Gianluca, interpretato da Lorenzo Lazzarini, apre uno spazio nuovo di confronto e trasformazione. Attraverso il suo sguardo, il corto esplora il tema dell’identità, della libertà di essere sé stessi e della possibilità di rinascere anche quando tutto sembra essersi fermato. Giorgia, protagonista di una performance intensa e coinvolgente nel corto, ci ha raccontato il percorso artistico ed emotivo che l’ha portata a dare corpo e voce ad Aurora, un personaggio complesso e ricco di sfumature, approfondendo il lavoro di costruzione del ruolo e le riflessioni nate intorno ai temi centrali affrontati dal film.
Il mondo drag in Passion Club non è raccontato solo come spettacolo, ma come spazio di espressione e costruzione dell’identità. Cosa ti ha colpito di questa dimensione?
La cosa che mi è piaciuta particolarmente è questa ricerca di identità che entrambi i personaggi vivono attraverso un luogo che è quasi un non luogo, uno spazio ancora in definizione. Anche se il film è ambientato negli anni Novanta, è una tematica molto attuale. Oggi siamo molto concentrati sul concetto di autenticità, anche per il ruolo dei social, mentre nel mondo raccontato dal film questa ricerca viene vissuta in modo più naturale e umano. Tra questi due personaggi, due sconosciuti che arrivano da mondi diversi, c’è una ricerca di verità molto profonda, non condizionata dalla tecnologia, perché negli anni Novanta non avevamo tutto questo. Immergersi in quel periodo mi ha fatto riflettere molto anche sul tipo di relazioni che oggi instaureremo con il reale e tra di noi.
Ho avuto un grande attaccamento ad Aurora, non solo per le sue ferite personali, ma soprattutto per il rapporto che crea con Gianluca. Il mondo drag ha creato nuovi spazi di espressione ed è molto bello vedere come il modo di portare la propria identità sul palco possa liberare ulteriormente la persona anche nella vita quotidiana. Aurora osserva quella libertà da spettatrice e, attraverso quell’esperienza, arriva ad affermare una parte di sé. C’è una rinascita per entrambi i personaggi. Ed è questa una delle bellezze del film: il corpo, l’identità e il rapporto con l’altro diventano strumenti di trasformazione.
La storia è ambientata negli anni Novanta, un periodo in cui il mondo drag era ancora considerato un tabù. Nel film emerge anche il tema dell’aborto attraverso il tuo personaggio. Come è stato interpretare una donna che ha vissuto questa esperienza?
Per interpretare Aurora ho fatto un grande lavoro di preparazione, anche dal punto di vista fisico, lavorando sull’allenamento e sulla postura, considerando che il personaggio è una guardia giurata. Per quanto riguarda il tema dell’aborto, ho approfondito cosa significasse affrontare questa scelta negli anni Novanta, un periodo in cui il percorso era ancora più complesso rispetto a oggi.
È un tema molto delicato, legato al corpo e alla libertà di scelta. La ferita che Aurora porta dentro nasce anche da questa esperienza, da una decisione sofferta che continua a influenzare il suo modo di vivere. Ho scelto questo ruolo perché credo che il cinema debba affrontare anche argomenti difficili, capaci di creare confronto e dialogo. Oggi spesso tendiamo a dividere tutto tra giusto e sbagliato, senza lasciare spazio alla riflessione. L’arte invece deve continuare a porre domande. Quando Michele Capuano mi ha parlato del progetto ho sentito subito il bisogno di affrontare questa tematica in modo consapevole, facendo una ricerca approfondita sul periodo storico raccontato dal film.
Aurora è una guardia giurata: controlla gli altri, ma fatica a governare il proprio spazio interiore. Hai sentito vicina questa lettura del personaggio?
Assolutamente sì, la trovo molto interessante. Quando passi tutta la tua vita a stare sull’altro, a controllare e a far rispettare determinate regole c’è il rischio di irrigidirsi anche dentro. Il mio approccio ad Aurora è stato proprio questo: lavorare sulla sua rigidità fisica, sul corpo chiuso, sulla difficoltà di lasciarsi attraversare dalle emozioni. Lei vive cercando sempre il controllo, ma l’incontro con il personaggio di Lorenzo Lazzarini, che ho adorato anche come partner di scena, mette tutto in crisi. Il suo personaggio compie un gesto per la propria libertà proprio nel momento in cui sente di averla persa. Aurora gli fa capire che forse quello spazio esiste ancora. In qualche modo Gianluca rinasce e fa rinascere anche lei. A volte capita anche nella vita: incontri una persona sconosciuta e, se ti concedi il tempo della sospensione, puoi arrivare molto più in profondità. Magari poi vi perderete, ma quell’incontro ti cambia qualcosa.
Nel film emerge anche il tema del linguaggio e dei pregiudizi. Quanto è importante oggi il modo in cui raccontiamo e definiamo gli altri?
È un aspetto molto importante. Negli anni Novanta il linguaggio aveva un peso diverso e anche il modo di definire determinate comunità era spesso legato a pregiudizi. Durante il Giffoni Film Festival è stato molto interessante confrontarsi con i ragazzi. Una ragazza di 15 o 16 anni ha fatto notare come ancora oggi alcune parole vengano utilizzate in maniera sbagliata nei confronti di determinate comunità. Questo dimostra quanto sia importante educare al linguaggio. Il modo in cui ti esprimi racconta anche il tuo pensiero. Aurora stessa è un personaggio complesso: non esprime il femminile nel modo in cui ci si aspetta. È una figura molto libera, quasi non binaria nella sua costruzione, anche se il termine appartiene maggiormente al nostro periodo storico. Abbiamo lavorato molto sul corpo: la postura chiusa, il corpo contratto, perché quando chiudi il corpo spesso tieni bloccate anche le emozioni.
Uno dei temi centrali del film è la solitudine. Aurora è una donna che vive molto chiusa in sé stessa. Come hai lavorato su questo aspetto?
La scelta di Michele di mostrare spesso Aurora da sola è molto significativa. Si parla del suo compagno, ma è sempre qualcosa che manca, qualcosa che porta via. È interessante raccontare come una scelta così complessa possa ricadere sul femminile e quanto spesso venga semplicemente giudicata invece di essere compresa. Aurora è una ragazza che non riesce ancora a prendersi cura della propria identità, nonostante abbia affrontato una decisione molto importante. Io amo anche i momenti di solitudine, quando sono vissuti positivamente.
Aurora invece sembra essere dentro una solitudine che non ha scelto, perché non riesce a trovare un vero legame con l’altro. L’inizio del corto è molto significativo: lei è sul bordo del letto, fuma una sigaretta. È quasi il primo gesto che compie quando si affaccia al mondo, ma è anche un gesto autolesionista. Ho cercato di dare al personaggio quegli spazi di emotività che riesce a concedersi solo nell’incontro con l’altro.
Dopo il confronto con i ragazzi di Giffoni, cosa speri possa lasciare questo corto?
Durante gli incontri con i ragazzi è successo qualcosa di molto forte. Alcuni di loro si sono emozionati, hanno pianto, e questo mi ha fatto riflettere. Ho pensato che dobbiamo ricostruire il senso di comunità, il rapporto con l’altro. Non possiamo lasciare soli i giovani, perché loro sono il futuro e questa è una responsabilità che dobbiamo prenderci. Significa ripartire dalla scuola, dalle famiglie, dal modo in cui utilizziamo anche strumenti come i social. I social possono essere positivi, possono creare piccole bolle di luce e permettere connessioni, ma possono anche restringere il campo dell’identità se manca un vero contatto umano. Spero che le scelte di Aurora possano lasciare domande, dubbi, qualcosa che rimanga dentro. Per me il cinema deve fare proprio questo: non deve lasciarci semplicemente dire “è bello” o “è brutto”. Deve reagire dentro di noi, deve farci pensare. Ed è proprio attraverso questo che l’arte può continuare a veicolare qualcosa di importante.
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