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Fino alla fine del mondo, il viaggio senza fine di Wim Wenders e quel sogno

Le immagini, la colonna sonora, la modernità e quelle profezie. Ma cosa rimane oggi del film?

Fino alla fine del mondo
William Hurt e Solveig Dommartin in una scena di Fino alla fine del mondo.

MILANO – Ci sono film che smettono di essere solo ed unicamente film nello stesso momento in cui vengono guardati. Con lo scorrere del tempo, divengono mondi paralleli, cose vive in cui lo spettatore si rifugia, cerca conforto, trova ispirazione. Ma non solo. Anche dopo i titoli di coda, continuano a girare nella testa di chi li ha amati producendo sequel immaginari per poi proseguire la loro (apparentemente) piccola esistenza anche anni dopo l’ultima volta che li si è visti. Il cinema di Wim Wenders si nutre spesso di questo fenomeno e Fino alla fine del mondo rappresenta forse il caso più eclatante, un film monumentale che incassò poco (e male) all’uscita e venne liquidato frettolosamente dalla critica. Eppure. Eppure è una pellicola enorme, capace di contenere mondi e personaggi in grado di sopravvivere allo stesso film. 

Fino alla fine del mondo
Solveig Dommartin in una delle scene iniziali di Fino alla fine del mondo.

Frammento dopo frammento, Fino alla fine del mondo si trasforma infatti in un contenitore di suoni, sogni, viaggi, emozioni e parole, un’opera ambiziosa che ossessionò per oltre un decennio lo stesso Wenders e la sua musa, Solveig Dommartin che, dopo Il cielo sopra Berlino, divenne Claire Tourneur, (sì, come Jacques, il regista de Le catene della colpa), motore delle vicende di Fino alla fine del mondo, una donna che cerca di trovare senso alla sua esistenza con un movimento continuo che in realtà non conduce a nulla. Quando il film si apre, la incontriamo a Venezia, in una festa dentro un vecchio palazzo in cui riecheggia la prima delle (molte) canzoni che ascolteremo di lì in poi: Sax and Violins dei Talking Heads. La musica – come sempre nel cinema di Wenders – non è però solo musica, ma produce senso, regala profondità a personaggi e immagini e spesso fa lievitare il cinema portandolo ad una dimensione onirica. 

Fino alla fine del mondo
L’apertura del film con il titolo in tedesco.

In questa cornice la trama diventa un pretesto per condurre chi guarda in un viaggio – letterale – alla fine del mondo. Si parte da Venezia, poi si va in Costa Azzurra sulle note di Elvis Presley, quindi Parigi, Berlino, l’amata Lisbona, poi Russia, San Francisco, Giappone e infine in Australia, alla fine di tutto, mentre un satellite nucleare minaccia di distruggere tutto. E forse lo farà. A fianco di Claire, ecco il misterioso Sam Farber alias Trevor McPhee, con il volto segnato e meraviglioso di William Hurt, un uomo affascinante che si porta dietro un segreto e due genitori lontani: Edith e Henry, interpretati – non a caso – da due simboli del cinema del cinema del Novecento come Jeanne Moreau e Max von Sydow. Il narratore però della storia non è lui, bensì lo scrittore Eugene Fitzpatrick, interpretato da Sam Neill. 

Fino alla fine del mondo
Solveig Dommartin, Sam Neill e Rüdiger Vogler.

«Il 1999 fu l’anno in cui il satellite nucleare indiano impazzì, nessuno sapeva dove sarebbe potuto cadere. Si librava, appena al di sopra dello strato dell’ozono, come un micidiale uccello rapace. Il mondo intero era in allarme, ma Claire, in quel periodo, viveva un suo incubo privato». Per tutto il film sarà così la voce di Eugene a guidarci in un romanzo di cui diventiamo protagonisti inconsapevoli e le sue riflessioni su quello che accade ci condurranno oltre la fine del mondo, oltre la fine dell’amore. Perfino nello spazio. Il film uscì nel 1991, ma girava nella testa di Wenders dal 1977, ovvero dalla prima volta che mise piede in Australia e iniziò a vedere la storia riflessa nei luoghi. Per riuscire a realizzare Fino alla fine del mondo gli ci vollero però i successi a Cannes di Paris, Texas e poi de Il cielo sopra Berlino per trovare gli oltre 20 milioni di dollari di quella che doveva essere una visione di cinque ore, ma che poi in sala arrivò a nemmeno tre (160’) per la ovvia frustrazione del regista.

William Hurt nella parte di film girata in Australia.

Nel cast, oltre al triangolo Dommartin, Hurt e Neill che funziona alla perfezione, ecco una serie di comprimari meravigliosi, dal comico detective Philip Winter di Rüdiger Vogler a Ernie Dingo. Fotografia del compianto Robby Müller – ogni frame è praticamente un quadro – e colonna sonora di Graeme Revell a fianco delle canzoni originali scritte appositamente per il film da artisti come U2, Nick Cave, Depeche Mode, Patti Smith, Neneh Cherry, Jane Siberry, Peter Gabriel, Elvis Costello (che rilegge Days dei Kinks), Lou Reed, Robbie Robertson e R.E.M. A ognuno di loro, Wenders scrisse una lettera spiegando il film (trovate una bellissima intervista su YouTube qui) e tutti gli risposero, ciascuno a modo suo. Ma oltre le note da filmografia, la domanda oggi è un’altra: cos’è Fino alla fine del mondo? Una storia d’amore? Un film apocalittico? Un road movie? E cosa rimane di un azzardo da 20 milioni di dollari che solo pochi anni fa il regista riuscì a riportare ad una durata accettabile (per lui) di 5 ore?

Fino alla fine del mondo
Uno dei sogni registrati da Sam Farber.

Difficile dirlo. È puro cinema che riflette sulla vita, immagini in bilico tra reale e finzione con una seconda parte dedicata ai sogni che parla più di oggi che del 1991. Il padre di Sam riesce infatti ad inventare una macchina che registra i sogni e tutti ne diventano ossessionati: «Divennero come dei drogati: vivevano per vedere i loro sogni, e quando dormivano sognavano i loro sogni». Così, la fine del mondo diventerà la loro fine, ossessionati dall’immagine e dall’atto di vedere, mentre chi si salverà sarà proprio lo scrittore Eugene che ritornerà alla parola scritta con la sua vecchia macchina da scrivere. «Più si vive di immagini», disse all’epoca Wenders, anni luce prima che i social cambiassero tutto, «e più si vuol essere ciascuno un’immagine per tutti gli altri. Così il narcisismo diventa una malattia collettiva…».

Fino alla fine del mondo
Una delle visioni di Robby Müller, il direttore della fotografia.

Sia William Hurt che Solveig Dommartin oggi non ci sono più – lui scomparso a 72 anni, lei molto prima, a soli 46 anni nel 2007 – eppure rivedendoli qui dentro, i loro Sam e Claire sono ancora più vivi che mai, protagonisti di un universo parallelo in cui – paradossalmente – nulla mai finisce, ma diventa altro, si trasforma. Perché – che lo rivediate nella forma originale oppure nel Director’s Cut – in realtà Fino alla fine del mondo è un universo espanso che non va capito a tutti i costi, ma va vissuto, è un’esperienza dentro cui perdersi e farsi trasportare, cinema che non appiattisce e non si appiattisce, ma ambisce a qualcosa d’altro per stimolare lo spettatore a farsi delle domande sul suo viaggio personale e su tutto quello che ha attorno. Che sarebbe poi proprio l’obiettivo dell’arte, no?

  • LONGFORM | Le nostre lunghe storie di cinema.
  • VIDEO | Il trailer originale del film datato 1991:

 

 

 

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